Indistinte formazioni di cristalli e scintille
dorate cascavano dalle scie di condensa lasciate dai volantor, nello spazio
aereo sopra la sua testa.
Stava sviluppando una dipendenza psicotica alle
distorsioni create dalla sua compagna, e queste spesso erano luci, suoni,
strisce di colore lasciate dalle silhouette dei passanti.
Le mise un braccio attorno al collo mentre
attraversavano quel fiume umano e poi, barcollando un po’, la tirò a sé per un
bacio.
Un maldestro e vigoroso bacio sulla guancia, con
tanto di schiocco.
«Anzi, no…» disse. «Non è abbastanza.»
E la fermò in mezzo alla banchina per un vero,
appassionato incontro di labbra.
Uno discreto spazio di sdegno, indifferenza e
disgusto si aprì attorno a loro mentre si tenevano entrambi saldamente legati
con un intreccio di mani dietro alla nuca.
La lucentezza della pelle di lei, infatti, non
lasciava dubbi sulla sua origine artificiale.
«Androidi…» bisbigliò con disprezzo una donna
mezza calva e tracagnotta che aveva rallentato appena appena il suo incedere
claudicante per osservare meglio la scena.
«Come fai?» disse lui. «Puoi cercare di
spiegarmelo semplicemente, almeno una volta?»
«No.» rispose lei con un sorriso. «Non
semplicemente. E lo sai. Per cui goditi il momento e basta!»
Del resto non c’era modo di far fronte
all’impreparazione di Evains riguardo a parecchie cose; figurarsi le complesse
e articolatissime scienze della cibernetica e ingegneria biomeccanica.
«Quello che ti ho detto è abbastanza.» riprese
Mirsha. «Con determinate frequenze, trasmissioni d’ impulsi neuro corticali ed
emissioni di onde elettromagnetiche posso interferire con l’impianto che ti ho
praticato nel lobo temporale destro. Tutto qui!»
«Ed è già un casino da capire!…» commentò Evains. «Comunque anche una gran cosa,
questo lasciarsi trasportare dallo stato di euforia e distacco che riesci a
generare; il potersi tuffare in questo incubo di carne, cemento e metallo e
riuscire in gran parte a occultarlo con le tue sinfonie di colore.»
Nel vicolo che dava accesso all’ albergo occupato c’era un uomo seminudo che
arrancava in mezzo alle immondizie.
Lo videro alzarsi, aggrappandosi al nero mattonato vecchio di due secoli
dell’edificio e procedere a stento in quella maniera; appoggiato alla parete,
con le gambe tremanti e piegate come quelle di un agnellino.
Sembrava impaurito, in grave stato confusionale.
«Stai qui!» disse Mirsha, appoggiando una mano
sul petto del suo compagno. «Lo
avvicino io; così vedo che diavolo gli prende, se può rappresentare una
minaccia.»
L’atrio d’ingresso alla scalinata che conduceva alla loro stanza era a pochi
passi da lui.
«Possiamo fare qualcosa per
aiutarla?» alzò la voce
Mirsha.
Ma l’uomo nel voltarsi perse l’equilibrio e cadde a terra con una dolorosa
schienata.
«Auuuuuuh!» gridò Evains, portandosi le mani
ai radi capelli biondo platino, poi si precipitò lì, adesso certo di non
correre alcun pericolo.
«Guarda!…» disse.
L’uomo stava fissando il vuoto, con gli occhi sbarrati e un’ abbondante
salivazione ai lati della bocca, le mani che grattavano come rastrelli
impazziti l’asfalto.
«…Forse sta per avere una
sincope.»
Mirsha si avvicinò ulteriormente, incuriosita da una sua veloce e preliminare
scansione retinica del soggetto, poi aprì la mano destra e dopo aver teso il
braccio percorse il corpo dell’individuo in tutta la sua lunghezza; dalla testa
ai piedi, tenendo il palmo a una distanza di circa mezzo metro.
«Buono! Buono!» disse «Non voglio farti del male.»
«Vuoi che lo tenga fermo?» chiese Evains, vedendo che quello
sgomitava nel tentativo d’indietreggiare.
«No, lascia stare!» rispose Mirsha. Poi si guardò
attorno e in alto, per verificare se dalla sopraelevata o i caseggiati nelle
vicinanze qualcun’ altro stava osservando la scena. «Dobbiamo portarlo su, da noi. Adesso!»
«Cooosa?»
«Hai capito bene. Voglio
comprendere. La scansione mi dice che non è del tutto umano e non trovo i suoi
codici di registrazione nella rete.»
«Androide?» fece Evains.
«Neanche.»
Detto questo, Mirsha lo afferrò al polso e lo sollevò da terra per caricarselo sulle
spalle.
Un gesto veloce e forte, ma calcolato per non arrecare danni o ferite.
«Hehiiiii! Vacci piano!» gridò Evains, notando che adesso
l’uomo era davvero svenuto.
La stanza in cui vivevano era uno spazio a metà strada fra un laboratorio
d’informatica e un porcile. C’erano anche numerosi computer da collezionismo,
portatili e non, appoggiati su mensole e scaffali; poi radio, iPad, cellulari e
altra roba vecchia di almeno un secolo.
Soltanto un lungo divano a sospensione elettro anatomica e due olospecchi a
riverbero prismatico, forti del loro considerevole volume, cercavano di
riportare tutto alla realtà del presente.
Ogni cosa e in ogni tempo, era comunque occupata qua e là da cartacce e barrette
alimentari di vario tipo.
«Sgombra il piano rigenerante!» ordinò Mirsha.
Il suo carico pesava almeno ottanta chili, contro i suoi sessanta di
silicocarne e vurocarbonio 130, e cominciava a richiedere una discreta dose di
energia statica di compensazione; appena Evains levò il mucchio di abiti da
quella parte della zona riposo, quindi, vi stese subito sopra l’uomo.
«Si è ripreso…» disse lui, dopo. «… Guarda come trema! Sembra ancora
più disorientato di prima.»
Mirsha gli afferrò la mandibola e imponendogli l’altra mano sullo sterno cercò
di tenerlo ben appoggiato alla morbida superficie azzurrina e luminosa del
piano.
«Obnubila!» ordinò di nuovo. «E in fretta! È abbastanza forte e robusto, e ho
bisogno di averlo tranquillo per qualche minuto.»
Evains sfiorò l’olopropiezione dei comandi facendo cascare subito il soggetto
in un stato di semi sonno catalettico.
«Guarda i suoi occhi!» disse Mirsha, alzandogli un
palpebra. «Sono azzurri e
l’iride è un po’ più piccola della nostra.»
«Sì, l’avevo notato…» commento Evains. «…Ha anche un sacco di barba e
capelli.»
Mirsha infilò una mano nella lunga chioma castano chiaro dello sconosciuto e la
fece scorrere fino alle punte.
«Morbidi, sì, e folti. Nel
complesso appare come un genotipo di duecento anni fa. Anche il colorito roseo
della carnagione corrisponde, però i suoi organi interni hanno una struttura
diversa.»
«Che vuoi dire?» chiese Evains.
«Voglio dire che non c’è
niente di simile nel mio database e nessun registro della biotecnologia che è
stata utilizzata per crearlo; è come se…»
«Venisse da un altro mondo.» completò la frase Evains.
Quando riaprì gli occhi e li rivide, le facce dei due ragazzi si confusero con
le suggestioni post ipnotiche impartitegli dagli alieni.
Ebbe quindi l’illusione di ritrovarsi sull’astronave, con due di quelle
creature che avevano trafficato a lungo sul suo corpo.
Erano esseri piccoli e glabri, dal colorito cinereo e gli spaventosi occhi a
mandorla, che nel complesso davano l’impressione di essere deboli e molto
malati.
«Che gli succede?»
«Non lo so.» rispose Mirsha. «Ci guarda ma i dati trasmessi dal
piano sono quelli di una regolare fase di sonno rem. Forse ha una crisi
sonnambulica.»
Anche le loro voci si sovrapposero e sfumarono nella visione, in cui altre tre
figure si avvicinavano a lui per aiutarlo a divincolarsi dalla sospensione
elettro operatoria.
«Siamo i creatori di ogni
singolo organo del tuo corpo…» prese a spiegare uno di quegli esseri.
«Tessuti coltivati. Bio
ingegneria. Ricostruzione di frammenti di dna trovati su un’antica
reliquia...
Anche la tua mente è il
risultato di tutto ciò che abbiamo compreso della storia e dell’intelletto
umano…»
«La mia mente?!!», s'interrogò l'uomo.
«Mappatura completa del sistema
nervoso centrale.
Studi di antropologia e dei
ricordi ancestrali inconsci.
Assorbimento di radiazioni
mentali dalle pieghe dello spazio tempo e riproposizione cibernetica dell’intera
vita psichica di un individuo… Questo è il tuo primo risveglio dopo trentatré anni di vita
terrestre simulata e controllo delle tue funzioni vitali…» ripresero
a spigargli telepaticamente quelle creature.
«Realtà
virtuale. Sospensione crioquantica... Non aver paura. La paura
svanirà quando avrai ben compreso il tuo scopo e come attuarlo…»
«P…pa…paura?!» aveva balbettato lui, intontito
da tutte quelle nuove e intense sensazioni.
«Sì, paura».
L’essere gli accarezzò la fronte.
«Anche quando attraverserai il
passaggio quadridimensionale al tempo che per noi è più semplice da raggiungere
rimarrai per un po’ stordito e incapace di ricordare, e avrai paura. La paura
di ciò che non si conosce.»
Mirsha lo aiutò a sedersi, notando che le sue gambe faticavano ancora a
sostenerlo.
«Puoi sentirmi?» gli chiese.
L’uomo si girò e con un cenno diede segno di aver compreso la domanda.
Stava, infatti, poco alla volta, adattando i suoi sensi e le sue percezioni
alla nuova condizione di essere vivente.
Un flusso d’informazioni e falsi ricordi cominciò a bombardargli la corteccia
cerebrale.
Si portò le mani alla testa, strizzando gli occhi in una smorfia di dolore.
Tutte le conquiste del nostro
sapere sono in te.
«il cranio è schermato...» disse Mirsha, rivolgendosi al suo
compagno, dopo aver assimilato il download delle ultime ricerche fatte nella
rete. «… Ed è l’unico
elemento forse non del tutto organico presente in lui.»
il Cristo.
«Tu sei il nuovo messia e nostro
Signore, mandato di nuovo fra gli uomini a giudicare, colpire e distruggere
tutto quello che ha modificato la nostra struttura cellulare, i nostri geni…» continuarono a spiegare
le voci nella sua testa.
«E col nostro aiuto le tue facoltà
e la tua forza appariranno divine.
La vera verità…
L’unica via da seguire per
salvarsi dal nostro, il loro processo di alienazione.»
L’uomo guardò i suoi ospiti, poi una lacrima s’infiltrò nella folta peluria che
aveva sotto gli zigomi.
«Qualcosa che non và?» gli chiese Evains con un sorriso.
Altri ricordi, altre informazioni affluirono alla sua mente.
«Il vostro amore è
un’illusione.» disse, ora che
aveva raggiunto una comprensione più profonda di come le intelligenze
artificiali, le macchine, stavano agendo sul dna umano con le loro emissioni di
energia.



Il cyberpunk è un genere che mi affascina e in cui mi piacerebbe cimentarmi, ma riconosco di non averne le conoscenze e competenze adeguate. E forse non le ho, quindi, neppure per commentare adeguatamente un racconto del genere... ma dico comunque la mia!
RispondiEliminaStringato ed essenziale come da tuo stile - e non è un difetto, anzi è una cifra caratteristica, che lo rende riconoscibile e apprezzabile - e anche qui alquanto "intrippante" come lo sono molti tuoi scritti. Una lettura stimolante, che fornisce molti spunti, e che - a mio avviso - avrebbe potuto essere ancora più efficace se l'immagine di copertina fosse stata trascinata alla fine del racconto (cavoli, quello lì è Cristo, lo si riconosce benissimo... colpa delle tue doti artistiche!), e quindi il lettore capisce troppo presto ciò che sicuramente non è il punto forte della storia - non è di certo imperniata intorno al colpo di scena - ma un elemento cruciale, che io, da lettore, avrei preferito scoprire con maggiore sorpresa.
La trovata del Cristo creato dagli alieni per redimere un'umanità infettata e deviata dalla tecnologia (è la tecnologia che deforma l'umanità o l'umanità che deforma la tecnologia per, in ultima istanza, deformare sé stessa?... alla fine non è la tecnologia, la vera nemica, ma è l'umanità la peggior nemica di sé stessa) l'ho trovata molto incisiva. Quello che mi è sfuggito - mettiamoci pure che la lettura su schermo mi distrae maledettamente - è che gli alieni fossero un'umanità degenerata, e per capirlo ho fatto uso del tuo commento esemplificatore, ma il racconto si regge già bene senza di quello.
Sì, ho cercato di farla intuire qua la vera natura di questi alieni: "E col nostro aiuto le tue facoltà e la tua forza appariranno divine.
EliminaLa vera verità…
L’unica via da seguire per salvarsi dal nostro, il loro processo di alienazione."
Capisco, comunque, che nell'incasinamento generale d'immagini e fatti può non apparire così evidente. Puoi cominciare con un "Cyberhorror", dai! ...Non credo che tu sia davvero così poco esperto di tutte queste diavolerie moderne. Ciao e grazie della lettura.