Racconto di Valentina Ciavarra
Dall’emozione di essere riuscito, dopo molteplici sforzi, nell’impresa che sperava, all’incredulità di non riuscire più ad uscirne, il passo fu davvero breve.
Non aveva mai visto un paesaggio più desolante e più spento di quello all’interno del quale si trovava. Un lungo viale, anzi un viale infinito, senza un inizio e senza una fine, circondato da una distesa sterminata di colore grigio.
“Mi sono svegliato per la prima volta nella mia vita dentro un sogno, ma in realtà sono nel peggiore degli incubi, anche se un incubo così claustrofobico e asfittico devo ammettere che non mi era mai capitato”.
U. si sentiva così stupido improvvisamente. L’onironautica era diventata una sua recente passione o, per meglio dire, ossessione. “Decine e decine di euro spesi in libri, ore e ore di conferenze online, per ritrovarmi così, come un povero fesso, nel bel mezzo del nulla”.
Si era costruito la sua torre d’avorio come tanti per scappare da una realtà non sempre facile e apprezzabile, ma ora avrebbe dato qualsiasi cosa per riassaporare la dolce banalità della vita quotidiana: entrare in ufficio, sentire le chiacchiere senza pretese delle colleghe e poi una volta tornato a casa sprofondare nel divano, fare zapping e sistemarsi la coperta addosso.
Ah, quanto avrebbe voluto crogiolarsi nel dramma di dover scegliere chi odiare di più a seconda dei canali. Ah, quanto avrebbe voluto crogiolarsi nel rassicurante lamento di dipingere la sua vita come una tragedia, anche se era più un dramma, non di rado una commedia, a volte persino un thriller avvincente, peccato che non ne aveva mai colto tutte le sfaccettature.
“Oltretutto è strano, riesco a camminare solo avanti o solo indietro, ma non riesco a camminare ai lati, ad entrare nel grigio”.
Non aveva mai visto un paesaggio più desolante e più spento di quello all’interno del quale si trovava. Un lungo viale, anzi un viale infinito, senza un inizio e senza una fine, circondato da una distesa sterminata di colore grigio.
“Mi sono svegliato per la prima volta nella mia vita dentro un sogno, ma in realtà sono nel peggiore degli incubi, anche se un incubo così claustrofobico e asfittico devo ammettere che non mi era mai capitato”.
U. si sentiva così stupido improvvisamente. L’onironautica era diventata una sua recente passione o, per meglio dire, ossessione. “Decine e decine di euro spesi in libri, ore e ore di conferenze online, per ritrovarmi così, come un povero fesso, nel bel mezzo del nulla”.
Si era costruito la sua torre d’avorio come tanti per scappare da una realtà non sempre facile e apprezzabile, ma ora avrebbe dato qualsiasi cosa per riassaporare la dolce banalità della vita quotidiana: entrare in ufficio, sentire le chiacchiere senza pretese delle colleghe e poi una volta tornato a casa sprofondare nel divano, fare zapping e sistemarsi la coperta addosso.
Ah, quanto avrebbe voluto crogiolarsi nel dramma di dover scegliere chi odiare di più a seconda dei canali. Ah, quanto avrebbe voluto crogiolarsi nel rassicurante lamento di dipingere la sua vita come una tragedia, anche se era più un dramma, non di rado una commedia, a volte persino un thriller avvincente, peccato che non ne aveva mai colto tutte le sfaccettature.
“Oltretutto è strano, riesco a camminare solo avanti o solo indietro, ma non riesco a camminare ai lati, ad entrare nel grigio”.
U. pensò allora di non riuscire a sfruttare totalmente le tecniche apprese sui sogni lucidi: non solo non riusciva a svegliarsi, ma non riusciva nemmeno a esplorare il sogno come voleva. Da qualche momento, inoltre, non definibile nei modi usuali, una melodia triste aveva avvolto il paesaggio, e stranamente si interrompeva e riprendeva da capo, più e più volte.
“Chissà quale sarà il significato? Chissà quale abisso psichico dovrò esplorare prima di svegliarmi, se mai mi sveglierò più?”
Ormai privo di speranze U. continuava a camminare lungo il viale, con la consapevolezza di esistere in un universo liminale privo di esistenza.
D’un tratto la strada venne illuminata da un colore rossastro e una X gigante apparve all’orizzonte. “E questo ora cosa significa?”.
Poi si sentì smuovere tutto, soprattutto gli occhi, il viso e le tempie.
Gli apparve la faccia dal sorriso smagliante di quel tizio, il manager, con cui aveva parlato pochi giorni prima e poi un altro tizio, molto serio, con un camice bianco. Ora ricordava tutto e si sentiva rinascere: nessun sogno, nessun sogno lucido.
Qualche giorno prima, affossato dalla noia e dalla cupezza, aveva semplicemente accettato di partecipare ad una sperimentazione su un modello di ultima generazione di visori di realtà virtuale, non ancora disponibili sul mercato, leggendo un annuncio.
L’annuncio prometteva grandi viaggi, grandi emozioni e anche una somma niente male per i partecipanti.
“Allora signor U. cosa mi dice? Ha visitato il Grand Canyon o ha preferito un giro tranquillo tra i campi di tulipani in Olanda?”.
“No in realtà ho vagato senza meta, avanti e indietro, in un una lunga strada che era assenza di vita, molto peggio della morte”.
“Caspita…mi vuol dire che è stato un’ora nel paesaggio di transizione tra gli scenari? Di solito è un passaggio che dura giusto pochi secondi. Deve essere stata la nuova tirocinante, avrà di sicuro sbagliato ad attivare qualcosa. Perché non ha premuto il pulsante di sicurezza?”.
Già perché non lo aveva premuto? Per il signor U. non esisteva nessun pulsante di sicurezza in quel momento. In quel momento, per qualche strano ingranaggio mentale, era convinto di essersi svegliato in quel tetro scenario, pensando di vagarvi per l’eternità.
Solo un errore percettivo insomma.
Eppure, l’intera realtà non è prima di tutto un fatto percettivo?
“Vi ringrazio ma tenete pure i soldi per la sperimentazione e in bocca al lupo per la vostra azienda”.
Così U. si incamminò, uscendo dalla stanza insonorizzata, fischiettando inconsapevolmente la melodia triste dell’ultim’ora dandogli più ritmo e notando più colori, rispetto a quando era entrato, sulle pareti dei sotterranei del laboratorio.
“Chissà quale sarà il significato? Chissà quale abisso psichico dovrò esplorare prima di svegliarmi, se mai mi sveglierò più?”
Ormai privo di speranze U. continuava a camminare lungo il viale, con la consapevolezza di esistere in un universo liminale privo di esistenza.
D’un tratto la strada venne illuminata da un colore rossastro e una X gigante apparve all’orizzonte. “E questo ora cosa significa?”.
Poi si sentì smuovere tutto, soprattutto gli occhi, il viso e le tempie.
Gli apparve la faccia dal sorriso smagliante di quel tizio, il manager, con cui aveva parlato pochi giorni prima e poi un altro tizio, molto serio, con un camice bianco. Ora ricordava tutto e si sentiva rinascere: nessun sogno, nessun sogno lucido.
Qualche giorno prima, affossato dalla noia e dalla cupezza, aveva semplicemente accettato di partecipare ad una sperimentazione su un modello di ultima generazione di visori di realtà virtuale, non ancora disponibili sul mercato, leggendo un annuncio.
L’annuncio prometteva grandi viaggi, grandi emozioni e anche una somma niente male per i partecipanti.
“Allora signor U. cosa mi dice? Ha visitato il Grand Canyon o ha preferito un giro tranquillo tra i campi di tulipani in Olanda?”.
“No in realtà ho vagato senza meta, avanti e indietro, in un una lunga strada che era assenza di vita, molto peggio della morte”.
“Caspita…mi vuol dire che è stato un’ora nel paesaggio di transizione tra gli scenari? Di solito è un passaggio che dura giusto pochi secondi. Deve essere stata la nuova tirocinante, avrà di sicuro sbagliato ad attivare qualcosa. Perché non ha premuto il pulsante di sicurezza?”.
Già perché non lo aveva premuto? Per il signor U. non esisteva nessun pulsante di sicurezza in quel momento. In quel momento, per qualche strano ingranaggio mentale, era convinto di essersi svegliato in quel tetro scenario, pensando di vagarvi per l’eternità.
Solo un errore percettivo insomma.
Eppure, l’intera realtà non è prima di tutto un fatto percettivo?
“Vi ringrazio ma tenete pure i soldi per la sperimentazione e in bocca al lupo per la vostra azienda”.
Così U. si incamminò, uscendo dalla stanza insonorizzata, fischiettando inconsapevolmente la melodia triste dell’ultim’ora dandogli più ritmo e notando più colori, rispetto a quando era entrato, sulle pareti dei sotterranei del laboratorio.



Buono. Ti ringrazio per aver accolto la mia richiesta di arricchire queste pagine. Leggendolo ho pensato a quanto possano essere dolorosi i loop, quelli veri, in cui a volte ci intrappoliamo con le nostre stesse menti. Quei pensieri che si ripetono precludendo un po’ alla volta opzioni e prospettive diverse. Alla fine sono elaborati inganni anche quelli (magari strutturati da inutili preoccupazioni o desideri), grigi confini con cui ci si può allontanare dalla bontà, dalla pace e dalla bellezza delle cose più semplici.
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