domenica 26 aprile 2026

Da fuori

 


Racconto di Giuseppe Vitale


Viene da fuori”.
È la prima considerazione cosciente che la tua mente riesce a generare. I pensieri giunti prima, concepiti dall’istinto, dal sussulto del cuore, dicevano altro. Correndo, affannandosi, accalcandosi – dicevano altro.
Le orecchie. È su quelle che bisogna concentrarsi. Sulle orecchie. Sulle sensazioni, sulle sollecitazioni che le raggiungono. Bisogna focalizzarsi sull’apparato uditivo, sul processo che, partendo dal mondo esterno, avanza verso il padiglione e il condotto, captando le onde sonore e convogliandole in direzione del timpano; e che poi, grazie al lavoro di martello, incudine e staffa, trasmette le vibrazioni del timpano al labirinto; dove, infine, il processo sonoro, amplificato, si traduce in messaggio nervoso.
Struuush-struuush…
La tua propriocezione non è così sviluppata, ovviamente. Non riesci ad avere contezza e consapevolezza delle componenti che costituiscono il tuo sistema uditivo. Non è possibile – o almeno credi – possedere una sensibilità sviluppata a un livello di profondità, e di conoscenza del sé corporeo, tale da saper distinguere chiaramente la presenza, la collocazione, il funzionamento di singoli specifici organi.
Struuush-struuush…
L’istinto ti spingerebbe a spalancare gli occhi, come fatto in precedenza, quando quel suono – quel rumore, quello struscio – ti ha strappato di dosso il sottile lenzuolo di sonno sotto al quale tenti di rifugiarti ogni notte.
Riesci a tenerli chiusi, invece, gli occhi. Le orecchie – sono quelle che devi tenere ben aperte, all’erta, spalancate.
Struuush-struuush…
“Viene da fuori”, ti ripeti.
E te lo ripeti perché non può che essere così.
È da fuori che quel rumore deve venire. È da fuori che quel rumore viene.
Sei da solo, in questo ridicolo monolocale che hai preso a chiamare “casa” da quando sei dovuto andar via dalla tua vera casa; vivi, mangi, dormi da solo, da quando stai qui, e quindi nessun altro, qua dentro, può produrre quel rumore.
Struuush-struuush…
Nessun ladro è entrato in casa; nessun assassino seriale, nessuno stupratore, nessun maniaco seviziatore. Nessun malintenzionato, più in generale, nemmeno un barbone alla ricerca di un riparo dalla stanca pioggia, tiepida e inconsistente, che sta bagnando quest’ennesima notte di ottobre.
Nessun topo, nessun ratto, nessun pipistrello si è intrufolato dalla portafinestra del metro quadrato che funge da balconcino interno, nessun piccione dalla finestra del bagno. Nessun animale notturno, più in generale.
Struuush-struuush…
La porta è chiusa, assicurata con la chiave dall’interno; la portafinestra del cucinino è serrata a doppia mandata; la finestra del bagno è appena schiusa, ma lo spiraglio è minimo, insufficiente affinché un piccione possa attraversarlo.
E poi un piccione non farebbe quel rumore, no? I piccioni non strisciano. E neanche i topi, a dirla tutta. I pipistrelli, invece? Oh, cavolo, suvvia: gli uomini – ladri, assassini, stupratori, maniaci, barboni – strisciano, invece?
I serpenti strisciano!
Ma da dove vuoi che possa essere venuto fuori un serpente, qui, in città? E da dove può essere entrato? Dalle fogne, dai neri recessi della tazza del cesso?
Struuush-struuush…
“Viene da fuori”.
Certo che viene da fuori.
Qualcuno, là fuori, sta causando questo rumore. Qualcuno – o qualcosa – sta strisciando. Ma non qui. Là fuori. Per strada, laggiù, qualcuno – o qualcosa – sta producendo il rumore che ti ha svegliato, il rumore che ti sta tenendo sveglio, il rumore che continua a strisciare, facendosi spazio fino a te nel silenzio della città assopita ma mai davvero addormentata, e che stai cercando di identificare.
Struush-struuush…
“Viene da fuori”.
Sì, ma sapere che viene da fuori non basta. Vorresti anche capire.
Vorresti capire di che si tratta, da dove – esattamente – proviene. Cosa sta succedendo.
Potresti anche provare a fregartene: d’altronde, che te ne importa? Non è un tuo problema. Tu stai qui, nella solitudine del tuo minuscolo appartamento, nella solitudine del letto a soppalco che accoglie, notte dopo notte, il tuo sonno agitato e i tuoi incubi febbrili, mentre il rumore sta .
Tu stai dentro, lo struscio sta fuori.
Struuush-struuush…
Visualizzi mentalmente la strada in cui abiti. Nello specifico, passi in rassegna la sezione prospiciente al condominio in cui risiedi. Il marciapiedi, le attività commerciali, i cancelli e i portoni, la rimessa delle auto, e poi l’asfalto stradale, lo spartitraffico, gli alberelli e le auto parcheggiate, la fontanella che perde acqua senza sosta…
Potresti scendere dal soppalco, arrivare alla finestra e guardare, anziché limitarti a immaginare. Potresti andare a vedere. Ma ciò implica che, prima, dovresti aprire gli occhi. Invece tu vuoi tenerli chiusi, le palpebre strette, le orecchie tese.
Struuush-struuush…
Perché, al di là di ogni considerazione e ragionamento razionale, i pensieri che si sono rincorsi nella tua mente al risveglio hanno piantato un seme. Un tarlo. Il dubbio. Il ladro, l’assassino, il sorcio. L’istinto ha radici profonde, ancestrali, viscerali. È radicato nel tuo essere umano tanto da impedire alla sola ragione di acquietarti, catalogando lo struscio a “qualcosa che viene da fuori”, e perciò estraneo al tuo interesse, inoffensivo per la tua incolumità.
Struuush-struuush…
Aspetta! Cos’è che hai pensato, poco fa? La fontanella! Sicuro, la fontanella!
Ricordi? Sì, certo che ricordi. Ricordi e ti appigli a quel ricordo. Quando, qualche mese fa, in estate, quel dannato suono dell’acqua che sgorgava, che fluiva su marciapiedi e strada, senza soluzione di continuità, ti ha fatto irrigidire sul materasso umido di sudore.
Hai pensato a chissà che, finanche a un qualche corpo estraneo che ticchettava sul soffitto o sulla mensolina sopra la tua testa, e invece…
… invece altro non era se non la fontanella che, guasta, ha iniziato a perdere acqua ininterrottamente.
Struush-struuush…
“Viene… da… fuori…”.
Sì, esatto: viene da fuori. Ma, a parte questo, nella vita reale ci sono cose molto più spaventose che nell’immaginazione nera che emerge nel cuore delle notti insonni. Ci sono le scadenze mensili e il non sapere se il tuo stipendio da fame riuscirà a farvi fronte; c’è la serie di udienze cui devi presentarti per via dei maltrattamenti cui mamma sottoponeva tuo fratello; c’è quel grigio mostro tentacolare che sta divorando vivo, da dentro, dai polmoni, il tuo migliore amico; c’è il datore di lavoro che t’impone due ore non retribuite per la quindicesima volta in un mese; c’è il “Ti amo” che continui a ripetere a Leo quando poi continui a sbatterti quel tizio che frequentavi prima ancora che lui arrivasse nella tua vita; c’è quell’ennesima guerra esplosa da qualche parte del globo che minaccia di eliminare la razza umana dal pianeta. Sì, ti dici, il mondo reale è infinitamente più orribile e spaventoso del mondo confinato nelle lande della tua fantasia alimentata, drogata, dalla paura.
Struush-struuush.
“Viene da fuori”.
Ma, in realtà, non lo sai.
È questo che ti agita: non sapere. L’ignoto. Lo sconosciuto. L’occulto.
Dici e ripeti a te stesso, cerchi di convincere te stesso, ma la realtà è che non lo sai. Non sai se quel rumore viene davvero da fuori. È verosimile pensare che sia così, ma… finché non lo vedi, finché non lo constati, quel rumore può provenire anche da…
“Viene. Da. Fuori”.
Era estate.
Uno dei pensieri che scorrazza intorno alla tua mente lo urla a perdifiato: l’episodio della fontanella è avvenuto ad agosto, o a luglio, comunque in estate. Non hai un climatizzatore, in casa, e il ventilatore non riesce a refrigerare quassù, in cima al soppalco, sul letto che, nel corso della bella stagione, s’impregna di sudore. La finestra era aperta. Era estate e la finestra era aperta.
Adesso è autunno.
La finestra è chiusa.
Stai al quarto piano.
I suoni dovrebbero arrivare molto più attutiti; molto meno…
Struuush-struuush…
Viene da fuori…”.
Da un vicino, magari. Ma nessuno vive qui accanto. E, di sicuro, non può venire dall’alto: non ci sono altri piani, sopra al tuo. Quindi, magari, viene dal tetto. Da fuori.Viene da fuori, sì, da fuori. Dal tetto. Dalla strada. Dal marciapiedi. Viene da…
Struuush-struuush…
Te.
Viene da te.
Ma non è un “da” di provenienza; è un “da” di moto a luogo.
Il rumore viene verso di te.
È questo che ti tormenta, più di ogni altra cosa.
Il suono – il rumore, lo struscio – viene in tua direzione.
È questo che non ti torna.
Il suono – il rumore, lo struscio – è sempre più netto, udibile, forte. Si sta avvicinando.
Apri gli occhi.
Il muro. È il muro che vedi, nella penombra creata dalla commistione tra le tenebre e la luce dei lampioni che filtra attraverso la serranda abbassata a metà... Perché nel buio può succedere di tutto, il buio è il regno dell’ignoto, mentre la luce consente di vedere, di sapere, e allora tieni sempre la serranda calata solo fino a un certo punto.
Ma sei girato su un fianco, su quello destro, e vedi il muro.
Struuush-struuush…
Il rumore viene…
… “… da fuori…”….
… dall’altro versante.
Struuush-struuush…
Eccolo. È qui. È chiaramente, incontestabilmente, inevitabilmente qui.
Hai smesso di respirare. Stai trattenendo il fiato. Labbra sigillate, gambe ritirate al petto, braccia incrociate. Rannicchiato, sotto le lenzuola, silenzioso. Gli occhi arrossati, cerchiati, le palpebre appesantite dalle poche ore di sonno raggranellate di notte in notte, appuntate al resto della pelle con punti metallici spillati dall’insonnia; la testa una palla di piombo che affonda nel cuscino; il collo un intrico di cavi dell’alta tensione, annodati e aggrovigliati, tesissimi. Le orecchie aperte. Ma vorresti chiuderle, adesso. Vorresti assordarti. Desidereresti di essere affetto da sordità congenita pur di non sentire quel rumore.
Struuush… Struuush…
Non viene da fuori.
Viene da dentro.
Ed è qui.
Struuush. Struuush.
È qui, dietro di te.
Struuush.
E allora cosa – chi – può essere?
Un ladro. Un pazzo. Un vagabondo.
Un ratto. Un pipistrello. Un colombo.
Struuush.
Non respiri. Non ti sposti. Come se farlo potesse attirare su di te l’attenzione dello struscio; l’attenzione della fonte dello struscio. Ma prima o poi dovrai pur tornare a respirare. Prima o poi dovrai pur spostarti. Prima o poi. Prima o poi, in ogni caso, il rumore si renderà conto della tua presenza. E poi, cavolo, il cuore ti batte così forte che pensi potrebbero sentirlo tambureggiare forsennatamente anche i condomini del primo piano.
Struuush.
Il muro. Bianco trascurato. Le strie di luce fredda dei lampioni. Macchie di luce dalle forme ellittiche, oblunghe, dei fori della tapparella mezza calata. Un’ombra.
Struuush.
L’ombra si muove sul muro.
Ti giri.
Senza pensarci, senza riflettere sul cosa, sul come, sul perché, sulle conseguenze.
Ti giri.
Fai un rumore del diavolo: il corpo che rotola sul materasso, le lenzuola che si scostano, la coperta che scivola da un lato, il solito osso sulla schiena che scrocchia, i capelli che frizionano sulla federa. Probabilmente i condomini del primo piano avranno sentito anche tutto questo.
E se l’hanno sentito loro…
Struuush.
È la testa. È la testache struscia sul soffitto.
“Viene da fuori” è la considerazione cosciente… anzi no, non più questa; la “considerazione cosciente” è regredita a pensiero istintivo, automatizzato, spontaneo. È l’estremo tentativo del cervello di negare una verità impossibile. Di rifugiarsi in una rassicurante razionalità, in un’ordinaria normalità, che però non esiste.
La testa. Struscia sul soffitto.
Struuush.
È la testa. È la testa che struscia sul soffitto.
“Viene da fuori”.
Le pareti dell’appartamento sono alte tre metri almeno. Forse anche qualcosa di più. E la testa – un ovale glabro, di un rosa slavato tendente al bianchiccio, unto da una qualche sostanza traslucida, quasi iridescente – sfrega contro il soffitto. Per di più, essa è lievemente inclinata, su un collo esile e diafano, perché altrimenti il corpo sulla sommità del quale si trova non riuscirebbe a essere interamente contenuto in casa.
L’intruso è troppo alto.
Ti dà le spalle. Riesci a scorgerlo solo fino al trapezio. Il resto del corpo è occluso dal parapetto che, correndo lungo il lato sinistro del letto, ti protegge da eventuali cadute dal soppalco.
Struuush.
Un altro passo.
Non sembra che l’intruso si sia accorto della tua presenza. O, se l’ha fatto, non sembra importargliene. Si limita ad addentrarsi nella stanza, procedendo in avanti, verso la finestra. Non sai quanto questo possa essere rassicurante, però. In qualche modo… Ecco, in qualche modo, il fatto che l’intruso – qualunque cosa esso sia – stia camminando nella tua stanza come se tu neanche esistessi…
Struuush.
A breve avrà scavallato l’impallamento fornito dal parapetto.
A breve potrai vederne la figura per intero.
E neanche questo è rassicurante.
Cosa può esserci di rassicurante in una figura non meglio identificata, alta più di tre metri, che si introduce nottetempo in casa tua e che, passo dopo passo, sfrega la testa sul soffitto?
Il lato positivo è che se non può esserci niente di rassicurante, non può esserci neanche niente di più terrificante…
… o no?
Struuush.
Ha raggiunto la finestra. Guarda di fuori, in alto. Guarda il cielo invaso di nubi, dietro le quali la luna fa uno spettrale capolino, la pioggia tossica e svogliata che insozza la città malata di smog, plastica e carne. Guarda di fuori, in alto. Guarda il cielo. Le nubi, la luna, la pioggia. E tu guardi… lui, lei, esso, essa…
Struuush.
Chi è l’intruso? Cos’è? Da dove viene? Come è entrato?
Struuush.
Nessun passo, ora.
La testa ha strisciato ancora sul soffitto… ma, questa volta, per girarsi verso di te.
Per guardarti.
Una rotazione di cent’ottanta gradi.
Per guardarti.
Non ha occhi, ma ti guarda.
La testa senza occhi ha ruotato sul collo senza che il resto del corpo si spostasse con lei. L’estraneo solleva un braccio – e capisci che è un braccio perché quell’appendice esile e sudaticcia rassomiglia a un braccio umano – e ti mostra quel grosso, longilineo ragno bianco che ha per mano – il palmo è il corpo, le lunghe dita sottili sono le zampe. L’indice… l’indice è una chiave. E non una chiave qualunque. Ha le forme esatte della chiave della porta di questo buco che chiami, e forse consideri, casa. Ne è una replica fedele.
E questo gesto è una risposta… a una domanda che non hai mai formulato… all’infuori delle pareti della tua mente: Come è entrato?
Deglutisci e fissi l’essere.
Lui ti fissa a sua volta.
Senza occhi, ma ti fissa. Senza bocca, ma ti sorride.
Lo fissi.
Lui ti fissa.
Per qualche assurdo motivo, per la mente ti passa quel frammento di Nietzsche sull’abisso, su chi lo guarda e sulle conseguenze che da ciò ne possono derivare.
Struuush.
Si sposta, raggiungendo il centro della stanza, ruotando completamente verso il letto – verso di te.
La luce che lo investe, lo trapassa, lo attraversa.
Sei atterrito, ti senti allucinato, avverti la sensazione che il senso stia scivolando via dal mondo come il drappo di un illusionista che disveli in cosa ha appena tramutato, con un colpo di prestigio, il coniglietto.
Solo che, sotto quel drappo, non ci sono fiori.
Ci sono orrori indicibili.
L’essere ha fattezze antropomorfe, e il roseo biancore della sua epidermide, simile quasi a una pellicola lattiginosa, permeato dalla luce dei lampioni sulla strada, ti consente di guardargli dentro.
E dentro…
… dentro è tutto un ribollire, smuoversi, brulicare di…
… vermi…
L’intruso è un ricettacolo di vermi. I suoi muscoli, i suoi organi, i suoi arti… È come se tutto contenesse – e, al contempo, fosse compostodi – centinaia, migliaia, milioni, miliardi di vermicelli bianchi, lunghi, striscianti.
Esso stesso, con quella pelle viscida e unta, con quella sostanza collosa e trasparente che lo ricopre da capo a piedi, con quella totale assenza di connotati sessuali e somatici, con quell’angolo di inclinazione della sua testa, con quelle fattezze filiformi e longilinee… esso stesso richiama l’immagine di un verme.
“Viene da fuori”.
La tua mente dev’essere andata. Colpita, sommersa, annientata da quest’ondata di incomprensibile, imprevisto, assurdo orrore, continua a ripetere, come un disco rotto, la frase che hai cercato di trasformare in un mantra protettivo, in una sorta di preghiera che potesse ricondurti al sonno, traghettandoti verso un nuovo giorno, verso il sorgere del timido sole ottobrino e le incombenze routinarie che, con le loro subdole apparenze di rassicurazione, cancellano dalla testa le più irricevibili paure notturne.
“Viene da fuori”.
L’intruso solleva la mano sinistra, ora. Se la porta al volto vacuo. Vi accosta due dita, l’indice e il medio disposte a “V”. Le sposta all’altezza in cui gli esseri umani, in genere, hanno gli occhi. I polpastrelli poggiano su quella pelle così sottile, così vomitevolmente pallida. E dopodiché premono. Le dita affondano nella faccia, come se stessero sprofondando in un panetto di burro, fin quasi a metà della loro lunghezza. Quando l’essere tira fuori le dita, ecco due fori su quella faccia. Ecco due occhi. Poi, chiudendo la mano a pugno, fa lo stesso per la bocca. È un antro circolare, ampio, profondo come l’abisso.
“Viene da fuori”.
Ma cosa? Il rumore. Stavolta non l’ha fatto. Non s’è ancora mosso. È lì, impalato, che ti fissa. Ti scruta. Ti osserva, disteso, rannicchiato, paralizzato; ti osserva fin dentro al cervello, fin dentro al cuore, fino a conoscere quel che pensi e, possibilmente, a percepire quel che provi. Immobile, inumano, alieno…
… alieno, già…
… ma dannatamente familiare.
In un attimo, quel volto spersonalizzato, solo vagamente umano, è riconoscibile: è il signor Giordano che s’incazza perché ‘sto mese hai saldato l’affitto con due giorni di ritardo; e, un attimo dopo, è la dottoressa Bellini, che butta per terra il manichino e la merce che tu hai appena finito di disporre nel reparto e ti urla, gelida, che hai fatto schifo e devi ricominciare daccapo e non gliene frega un cazzo se il tuo turno è finito da quarantacinque minuti; e poi è Leo che ti sorride innamorato, illuso e ingenuo, quando gli sputi addosso quella bugia di due parole da cinque lettere e uno spazio; mentre adesso è Matteo, ridotto a un misero mozzicone umano, una larva calva di trentacinque chili attaccato a tubi che non serviranno a niente; e ora…
Struuush.
Ora l’intruso avanza.
Struuush.
Due passi e tocca il letto col torace.
Realizzi, come se ciò avesse poi una qualche importanza, che il suo petto non si muove. L’intruso non respira. Sai – lo hai letto da qualche parte – che neanche i vermi respirano. O almeno non attraverso un naso, cosa di cui infatti l’essere è sprovvisto; lo fanno attraverso la pelle, attraverso quella pelle tenue, fine, e trasudante umori. I vermi respirano attraverso la pelle.
“Viene da fuori”.
Il rumore… sì… ma non solo…
Le mani sono protese verso di te prima ancora che tu te ne accorga. Ti abbrancano il collo. Ti trascinano verso quella faccia. Adesso tu la guardi e lei ti guarda. Adesso…
Adesso è come guardare l’abisso.
Adesso è come guardarsi allo specchio.
“Viene da fuori”.
Viene da fuori, sì, esatto. Il rumore, certo, ma anche – e soprattutto – l’intruso. Viene da fuori. Da fuori di qui. Da fuori casa tua, ovvio. Ma è di più. È molto di più. Viene da fuori. Da fuori il nostro mondo. Da fuori il nostro universo.
Viene da altrove.
Il nero altrove degli errori, degli sbagli, degli orrori – piccoli e grandi – che compiamo ogni giorno della nostra vita. L’altrove delle cattive azioni, dei brutti pensieri, delle menzogne e dei tradimenti. L’altrove delle incertezze, delle paure, dei fallimenti e dell’ignoto. L’altrove dell’impotenza, della decomposizione, della resa. Un altrove di materiale organico di scarto, di lettiera, di sterco.
Ed è questo ciò di cui l’estraneo si nutre.
Di scarti organici. Di te. Di esseri umani.
Ed è in quell’altrove che esso ti conduce.






 
«E sopra a ogni sbigottita forma
s’abbassa il sipario, drappo funereo,
come una raffica di tempesta,
mentre gli angeli, pallidi e ansanti,
levandosi e svelandosi, annunciano
che quel dramma s’intitola “L’uomo”,
e che l’eroe n’è il Verme Trionfante».

Edgar Allan Poe, Il Verme Trionfante



"Da Fuori" racconto di Giuseppe Vitale (2024)

Nessun commento:

Posta un commento

Commenti offensivi, volgari o inappropriati verranno rimossi.