Il messaggio di Nox

 

(dal diario frammentario di Elia Trevisan, anno 1860)
 
 
Non era la pioggia a tenermi desto, quella notte, ma il ritmo con cui cadeva: un tambureggiare ordinato, quasi artificiale, come se dita invisibili picchiassero sul tetto seguendo un codice. La fiamma della lampada a olio si piegava e rialzava, respirando come un animale addormentato.
E il vento… il vento non urlava, ma sussurrava in modo roco, come se cercasse di formare parole che la mia lingua non poteva comprendere.
Seduto nel salone — una stanza che odorava di metallo caldo e legno bagnato — osservavo Nox, il mio corvo ammaestrato. Giaceva immobile sul trespolo, il piumaggio liscio come ossidiana. Nei suoi occhi scorgevo qualcosa di nuovo, una fissità troppo lunga, troppo umana.
Fu allora che accadde.
Prima un tremito delle piume, come se un filo elettrico invisibile l’avesse percorso. Poi, un suono gutturale, spezzato, ma privo della rozza imitazione degli uccelli.
La voce che uscì dal suo becco era di un uomo.
Un uomo logorato, distante… eppure presente nella stanza con me.
 “A… R… 4… 0… 9… 6… flare… solare… M-class… Tre… luglio… duemilatrentatré… reti… cadono… oscurità… memoria… perduta… tutti… tutti…”
Ogni sillaba si trascinava nell’aria come una lama bagnata, e quando finì, il silenzio calò come una cappa umida. Nox mi fissava ancora, ma nei suoi occhi brillava qualcosa di febbrile, quasi implorante.
 
 ***

Il giorno dopo, presi le mie note e mi recai al Giornale di Mantova. Il redattore capo rise sguaiatamente, l’alito di tabacco e vino rancido mi colpì come un pugno.
— Un corvo che predice la fine del mondo? Con codici da inventario? — rise, mostrandomi denti gialli. — Va’ a spaventare qualcun altro, Trevisan.
Mi congedarono con scrollate di testa, e io tornai a casa più solo di prima.
Quella notte, il vento smise di soffiare. Ma la casa… respirava.



***
 
Nei giorni seguenti, Nox mutò. Le sue piume erano perennemente sollevate, crepitanti di una carica invisibile. Non dormiva. Io nemmeno. Ogni tanto, nel buio, lo sentivo muoversi… e il rumore delle sue unghie sul legno non era quello di un volatile, ma di dita lunghe e sottili.
Il terzo giorno, morì.
Lo trovai al mattino, ridotto a un involucro vuoto. Il corpo era leggero, come riempito di polvere secca. Le ossa si sgretolarono al tatto, liberando un odore acre, dolciastro e metallico, che mi fece sanguinare le gengive. Cercai di imbalsamarlo, ma il becco si spezzò come vetro vecchio.
Sul fondo della gabbia, tra la polvere e le penne, trovai un filo sottilissimo di rame, corroso, che non avevo mai visto prima.
 
 
***
 
Le notti successive furono popolate da sogni che non mi appartenevano.
Camminavo in una città di ferro spezzato, il cielo rosso come carne aperta. Le strade erano deserte, tranne per oggetti neri, squadrati, caduti ovunque, come reliquie tecnologiche di un’epoca ignota. Non c’erano voci umane. Solo un ronzio lontano, pulsante, che si avvicinava a ogni respiro.
Poi alzavo gli occhi, e vedevo il Sole. Ma non era il Sole.
Era un occhio: un’enorme pupilla viva, macchiata da un alone scuro — AR4096 — che pulsava come se aspirasse tutto ciò che osservava.
Mi svegliavo con la sensazione che il mondo reale fosse solo un guscio fragile, e che, da un momento all’altro, quell’occhio avrebbe guardato anche qui.
 
 
 
Ultimo appunto del diario:

“Non era un animale. Era un tramite.
Un uomo — o ciò che restava di lui — morto nel 2033.
Ha parlato attraverso il corvo durante un evento che non posso descrivere, un varco microscopico tra i secoli.
Ho capito ora: le ‘reti’ che cadranno non sono pescatori né trappole… sono vene invisibili che porteranno il sangue della civiltà.
Quando si spezzeranno, il cuore del mondo smetterà di battere.
E noi non saremo che polvere in gabbia.”


Frammento senza data, trovato tra le pagine strappate del diario:


“Inghiottirà le parole, i nomi e le memorie.
Nessuno ascolterà.
Nessuno ricorderà.
Nessuno.”












testo generato artificialmente

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