Per qualche strano e beffardo scherzo architettato da una forza invisibile,
o per un errore dell’ingranaggio cosmico, mi svegliai la mattina di Natale di
alcuni anni fa in un letto che non era il mio, in una stanza che non era la
mia.
Lo avvertii per due motivi principali: il primo, molto pratico, era dato dal fatto che la tenue luce mattutina invernale filtrava da una persiana alla destra del mio letto, anziché da sinistra come ero abituato da sempre; il secondo motivo era una sensazione interiore, irrazionale ma intensa, di estraneità.
Nei miei trent’anni di vita non avevo mai avvertito un’emozione così bizzarra e ineffabile, ma lo capii immediatamente appena schiusi gli occhi: non ero nel mio corpo e non ero nella mia casa.
Per quanto potesse essere incredibile, la situazione era proprio quella, anche perché non usavo né alcol né sostanze che potessero alterare le mie capacità psichiche. Non avevo subito incidenti o altri danni che potessero alterare la mia percezione. Non so spiegare nulla del perché accadde: so solo che accadde, come accadono di continuo i fatti più ordinari e, qualche volta, anche quelli più straordinari.
Il mio primo pensiero fu, piuttosto, quello di capire dove ero. Le mie riflessioni erano avvolte da un leggero senso di malinconia, perché sapevo che, se non ero in me e non ero a casa con la mia famiglia, ciò significava che ero lontano da loro e al tempo stesso ero vicino ad un’altra famiglia, di cui non sapevo nulla.
Poi venni travolto da un’ondata di puro terrore misto a sgomento: se io ero in questo corpo in un’altra casa, chi stava abitando il mio corpo e con esso la mia vita intera, con tutti i suoi affetti? Fu così che mi trovai il viso ricoperto di lacrime scorrendo mentalmente i fotogrammi delle ultime giornate: pensai all’albero di Natale preparato da mia sorella, che da molti anni si era autoproclamata addobbatrice ufficiale di tutta la casa ed era sempre orgogliosa di mostrare le sue decorazioni; pensai a mio padre e a mia madre, che la sera prima si erano arrabbiati in modo buffo per aver rovesciato a terra un pandoro intero; pensai al mio cagnolino Teddy, così chiamato per la sua somiglianza con un peluche. Pensai al piccolo salotto accogliente dove avevo trascorso tutta la mia vita fino a pochi mesi prima, prima di trasferirmi ad un centinaio di chilometri di distanza.
Può un essere umano essere privato della sua storia e della sua identità da un momento all’altro? Mi sentii molto arrabbiato in quel momento, poi bussarono alla porta della stanza e dovetti ricompormi. Cercai di respirare profondamente e asciugarmi le lacrime; nel frattempo i colpi dietro la porta aumentavano e una voce femminile mi chiedeva se tutto era a posto.
“Sì mamma, scendo giù tra poco”. Dopodiché, smisero di bussare.
Come mai avevo usato la parola mamma? E come sapevo che dovevo scendere? C’era qualcosa dentro di me che mi dava degli ordini, mi suggeriva frasi e immagini.
Decisi - o forse quel sistema nervoso decise per me - di alzarmi finalmente dal letto, spalancare le persiane e fare luce su quell’ambiente ignoto. Fuori dalla finestra non si vedeva nulla se non un fitto intreccio di rami e fogliame; il cielo era di un colore plumbeo particolarmente pesante, anomalo. La stanza era grande, arredata finemente e perfettamente in ordine; ben poco da spartire con la mia: piccola, adolescenziale, disordinata. Aprii l’armadio e ebbi conferma che, a giudicare dal vestiario e dagli accessori, si trattava della camera di un ragazzo, di un uomo come me. C’erano una camicia, una cintura e un pantalone eleganti e costosi disposti in prima linea e capii subito che avrei dovuto indossarli per l’occasione. Pensavo a quanto fosse diverso quell’ambiente dal mio, io che ero abituato a trascorrere il giorno di Natale senza neanche cambiarmi il pigiama.
C’era qualcosa in tutta quella situazione che continuava a sfuggirmi: nonostante fossi consapevole della stramberia di quella circostanza, qualcosa mi spingeva ad affrettarmi ad uscire dalla stanza, che era anche sprovvista di specchi, per cui non potei nemmeno specchiarmi per vedere il mio - o suo - aspetto…il che in parte mi rincuorava.
Aperta la porta e ritrovatomi nel corridoio, mi ritrovai catapulato in un ambiente dall’aria tetra e lugubre. Le pareti erano blu notte e vi erano appesi dei candelabri che emanavano una luce fioca, creando un’atmosfera ben poco rassicurante e il pavimento, a scacchi, dava un senso di austerità e claustrofobia. Il corridoio, inoltre, era stretto e talmente lungo che a stento si poteva intravederne la fine, la quale si intuiva presumibilmente per una luce rarefatta e verdognola verso la quale cominciai a dirigermi a passo svelto. Dovetti impiegare qualche minuto per percorrere quel tunnel opprimente e oscuro, mentre i pensieri più disparati e disperati affollavano tutto il mio essere. Sì, avevo pensato, a tratti, che potessi essere sprofondato in un sogno particolarmente realistico e complesso, ma scartavo quell’ipotesi in quanto il livello di dettagli realistici e sensazioni realistiche era davvero elevato: se era un sogno, doveva essere il sogno più verosimile alla vita di veglia che un essere umano potesse aver fatto in tutto l’arco della storia dell’umanità. Il senso di nostalgia di casa, e preoccupazione, erano sempre latenti, ma assieme ad essi cresceva una certa curiosità nell’andare avanti in quella situazione sempre più stramba e indecifrabile, finché non cominciai a decelerare poiché la fine del corridoio era ormai prossima. Il battito cardiaco e il respiro erano sempre più veloci, sentivo le gambe leggere e che a fatica mi tenevano in piedi: la luce verdognola ormai era grande, cosa mi aspettava oltre la soglia? Guardai a terra e vidi che il pavimento proseguiva a destra verso una scalinata nera o grigio scuro – con quelle luci i colori non erano ben distinguibili, ma di certo le tonalità oscillavano dal blu, al grigio, dal nero al verde. Raccolsi le mie forze fisiche e mentali e oltrepassai quella sottile linea invisibile che mi separava dalle risposte.
Mi ritrovai, così, dentro quella verde luce evanescente, al di sopra di un’imponente e oscura scalinata di marmo che portava ad un enorme salone, circondato da enormi finestre in stile gotico, su cui incombevano tre sfarzosi lampadari; proprio da questi ultimi proveniva quel colore inquietante che mi aveva guidato fin lì e che ora, improvvismente, si era trasformato in una calda luce domestica e confortevole.
Nel mezzo della sala, una tavola lunghissima occupava tutta la scena e, inaspettatamente, scintillanti decorazioni natalizie di tutti i tipi decoravano quell’ambiente sinistro creando un contrasto esteticamente eccentrico. Un grande albero di Natale, alto almeno tre metri, era posto nell’angolo più estremo del salone, agghindato con palline, festoni, stelle, pupazzi, ghirlande, biscotti, soldatini: era veramente meraviglioso e finalmente il mio cuore si rassicurò e poté un attimo scaldarsi. Ma quella sensazione di gioia e pace finì ben presto, perché man mano che scendevo i gradini, vedevo un brulicare di persone, tutte elegantemente abbigliate, attorno alla tavola. Chi erano costoro? Facendo una stima, potevano esserci circa un centinaio di persone, per lo più uomini, con qualche presenza femminile sparsa qua e là. C’era qualcosa di profondamente disturbante in loro, che da lontano non riuscivo a cogliere e che, a dire il vero, man mano che mi avvicinavo, sembrava sfuggirmi ancora di più. Sembravano umani ma erano...strani. Le loro altezze e fattezze erano umane: erano tutti più o meno alti intorno al metro e settanta, con qualcuno più alto e qualcuno più basso. Il tronco, gli arti e i movimenti erano umani. Anche la forma della testa rispecchiava le proporzioni della razza umana, ma c’era qualcosa nei loro visi e nel loro colorito che aveva qualcosa di altamente esotico, alieno, ma non come un classico extraterrestre, ma come di qualcosa mai vista o immaginata prima. Qualsiasi descrizione si possa fare non riuscirebbe a cogliere le sfumature disumane dei loro volti che, altrimenti, avrebbero potuto apparire anche normali. Forse un uomo lo sa, lo avverte, quando è a contatto con un suo simile, e quando invece è davanti ad una sua simulazione, ad un fantoccio, al di là dei meri tratti somatici. Ciò che più si distanziava dall’aspetto umano, tuttavia, era il colorito sbiadito, spento, privo di vita, che emanavano. Non un pallore nordico, né tantomeno un colorito intenso mediterraneo, né una pigmentazione scura dell’Africa, e nemmeno un colorito bianco tendente all’ocra come alcune popolazioni asiatiche; no, avevano un colorito tutto loro, anch’esso imperscrutabile, come tutta quella situazione assurda in cui mi ero ritrovato. Anche il loro vociare era umano, si sentiva qualche risata, e alcuni si abbracciavano tra di loro, come vecchi amici che non si vedevano da tanto. Eppure tutto mi sembrava artificioso. Ero ormai a metà della scalinata che qualcuno di loro cominciò a girarsi verso di me, accorgendosi della mia presenza. Alcuni mi guardavano incuriositi, altri accennavano uno strano sorriso, altri addirittura abbassavano leggermente la testa come un segno di riverenza nei miei confronti. Arrivai in fondo alla scalinata che tutti gli occhi erano puntati su di me. Nell’immenso salone era sceso il silenzio più totale; mi guardavo spaesato mentre ero circondato da tutti quegli esseri dalle sembianze umane, finché sobbalzai. Uno di loro, più alto e vestito in maniera ancor più vistosa e con colori diversi, mi aveva messo una mano sulla spalla. Doveva essere uno dei più vecchi lì dentro, ma il suo aspetto, seppur strambo come gli altri, era più raffinato e affascinante. Sembrava un vecchio saggio e, di sicuro, doveva avere un qualche ruolo importante.
“Benvenuto figlio mio”.
Poi si voltò verso gli astanti e pronunciò un discorso con aria solenne: “Benvenuti anche a tutti voi, miei carissimi amici. Ecco a voi, l’Ultimogenito. Con lui finalmente La Dinastia è al completo. Lui è il trentatreesimo figlio e ora, come è sempre stato, finalmente La Dinastia potrà regnare e governare quest’Universo per i prossimi cinquecento anni.”
Dopodiché ci fu uno scroscio di applausi, urla, esultazioni. Tutti erano in visibilio, tranne me, che ero in uno stato ancora più confusionale di prima. Ma una cosa era certa: quella situazione, da qualunque parte della realtà o dell’immaginazione avesse avuto origine, doveva terminare. Ero esausto, intrappolato in un incubo che non finiva più. Se il mio cervello era malato, volevo saperlo. Avrei accettato di buon grado una fine dignitosa e giusta che non quella follia senza senso.
Lo avvertii per due motivi principali: il primo, molto pratico, era dato dal fatto che la tenue luce mattutina invernale filtrava da una persiana alla destra del mio letto, anziché da sinistra come ero abituato da sempre; il secondo motivo era una sensazione interiore, irrazionale ma intensa, di estraneità.
Nei miei trent’anni di vita non avevo mai avvertito un’emozione così bizzarra e ineffabile, ma lo capii immediatamente appena schiusi gli occhi: non ero nel mio corpo e non ero nella mia casa.
Per quanto potesse essere incredibile, la situazione era proprio quella, anche perché non usavo né alcol né sostanze che potessero alterare le mie capacità psichiche. Non avevo subito incidenti o altri danni che potessero alterare la mia percezione. Non so spiegare nulla del perché accadde: so solo che accadde, come accadono di continuo i fatti più ordinari e, qualche volta, anche quelli più straordinari.
Il mio primo pensiero fu, piuttosto, quello di capire dove ero. Le mie riflessioni erano avvolte da un leggero senso di malinconia, perché sapevo che, se non ero in me e non ero a casa con la mia famiglia, ciò significava che ero lontano da loro e al tempo stesso ero vicino ad un’altra famiglia, di cui non sapevo nulla.
Poi venni travolto da un’ondata di puro terrore misto a sgomento: se io ero in questo corpo in un’altra casa, chi stava abitando il mio corpo e con esso la mia vita intera, con tutti i suoi affetti? Fu così che mi trovai il viso ricoperto di lacrime scorrendo mentalmente i fotogrammi delle ultime giornate: pensai all’albero di Natale preparato da mia sorella, che da molti anni si era autoproclamata addobbatrice ufficiale di tutta la casa ed era sempre orgogliosa di mostrare le sue decorazioni; pensai a mio padre e a mia madre, che la sera prima si erano arrabbiati in modo buffo per aver rovesciato a terra un pandoro intero; pensai al mio cagnolino Teddy, così chiamato per la sua somiglianza con un peluche. Pensai al piccolo salotto accogliente dove avevo trascorso tutta la mia vita fino a pochi mesi prima, prima di trasferirmi ad un centinaio di chilometri di distanza.
Può un essere umano essere privato della sua storia e della sua identità da un momento all’altro? Mi sentii molto arrabbiato in quel momento, poi bussarono alla porta della stanza e dovetti ricompormi. Cercai di respirare profondamente e asciugarmi le lacrime; nel frattempo i colpi dietro la porta aumentavano e una voce femminile mi chiedeva se tutto era a posto.
“Sì mamma, scendo giù tra poco”. Dopodiché, smisero di bussare.
Come mai avevo usato la parola mamma? E come sapevo che dovevo scendere? C’era qualcosa dentro di me che mi dava degli ordini, mi suggeriva frasi e immagini.
Decisi - o forse quel sistema nervoso decise per me - di alzarmi finalmente dal letto, spalancare le persiane e fare luce su quell’ambiente ignoto. Fuori dalla finestra non si vedeva nulla se non un fitto intreccio di rami e fogliame; il cielo era di un colore plumbeo particolarmente pesante, anomalo. La stanza era grande, arredata finemente e perfettamente in ordine; ben poco da spartire con la mia: piccola, adolescenziale, disordinata. Aprii l’armadio e ebbi conferma che, a giudicare dal vestiario e dagli accessori, si trattava della camera di un ragazzo, di un uomo come me. C’erano una camicia, una cintura e un pantalone eleganti e costosi disposti in prima linea e capii subito che avrei dovuto indossarli per l’occasione. Pensavo a quanto fosse diverso quell’ambiente dal mio, io che ero abituato a trascorrere il giorno di Natale senza neanche cambiarmi il pigiama.
C’era qualcosa in tutta quella situazione che continuava a sfuggirmi: nonostante fossi consapevole della stramberia di quella circostanza, qualcosa mi spingeva ad affrettarmi ad uscire dalla stanza, che era anche sprovvista di specchi, per cui non potei nemmeno specchiarmi per vedere il mio - o suo - aspetto…il che in parte mi rincuorava.
Aperta la porta e ritrovatomi nel corridoio, mi ritrovai catapulato in un ambiente dall’aria tetra e lugubre. Le pareti erano blu notte e vi erano appesi dei candelabri che emanavano una luce fioca, creando un’atmosfera ben poco rassicurante e il pavimento, a scacchi, dava un senso di austerità e claustrofobia. Il corridoio, inoltre, era stretto e talmente lungo che a stento si poteva intravederne la fine, la quale si intuiva presumibilmente per una luce rarefatta e verdognola verso la quale cominciai a dirigermi a passo svelto. Dovetti impiegare qualche minuto per percorrere quel tunnel opprimente e oscuro, mentre i pensieri più disparati e disperati affollavano tutto il mio essere. Sì, avevo pensato, a tratti, che potessi essere sprofondato in un sogno particolarmente realistico e complesso, ma scartavo quell’ipotesi in quanto il livello di dettagli realistici e sensazioni realistiche era davvero elevato: se era un sogno, doveva essere il sogno più verosimile alla vita di veglia che un essere umano potesse aver fatto in tutto l’arco della storia dell’umanità. Il senso di nostalgia di casa, e preoccupazione, erano sempre latenti, ma assieme ad essi cresceva una certa curiosità nell’andare avanti in quella situazione sempre più stramba e indecifrabile, finché non cominciai a decelerare poiché la fine del corridoio era ormai prossima. Il battito cardiaco e il respiro erano sempre più veloci, sentivo le gambe leggere e che a fatica mi tenevano in piedi: la luce verdognola ormai era grande, cosa mi aspettava oltre la soglia? Guardai a terra e vidi che il pavimento proseguiva a destra verso una scalinata nera o grigio scuro – con quelle luci i colori non erano ben distinguibili, ma di certo le tonalità oscillavano dal blu, al grigio, dal nero al verde. Raccolsi le mie forze fisiche e mentali e oltrepassai quella sottile linea invisibile che mi separava dalle risposte.
Mi ritrovai, così, dentro quella verde luce evanescente, al di sopra di un’imponente e oscura scalinata di marmo che portava ad un enorme salone, circondato da enormi finestre in stile gotico, su cui incombevano tre sfarzosi lampadari; proprio da questi ultimi proveniva quel colore inquietante che mi aveva guidato fin lì e che ora, improvvismente, si era trasformato in una calda luce domestica e confortevole.
Nel mezzo della sala, una tavola lunghissima occupava tutta la scena e, inaspettatamente, scintillanti decorazioni natalizie di tutti i tipi decoravano quell’ambiente sinistro creando un contrasto esteticamente eccentrico. Un grande albero di Natale, alto almeno tre metri, era posto nell’angolo più estremo del salone, agghindato con palline, festoni, stelle, pupazzi, ghirlande, biscotti, soldatini: era veramente meraviglioso e finalmente il mio cuore si rassicurò e poté un attimo scaldarsi. Ma quella sensazione di gioia e pace finì ben presto, perché man mano che scendevo i gradini, vedevo un brulicare di persone, tutte elegantemente abbigliate, attorno alla tavola. Chi erano costoro? Facendo una stima, potevano esserci circa un centinaio di persone, per lo più uomini, con qualche presenza femminile sparsa qua e là. C’era qualcosa di profondamente disturbante in loro, che da lontano non riuscivo a cogliere e che, a dire il vero, man mano che mi avvicinavo, sembrava sfuggirmi ancora di più. Sembravano umani ma erano...strani. Le loro altezze e fattezze erano umane: erano tutti più o meno alti intorno al metro e settanta, con qualcuno più alto e qualcuno più basso. Il tronco, gli arti e i movimenti erano umani. Anche la forma della testa rispecchiava le proporzioni della razza umana, ma c’era qualcosa nei loro visi e nel loro colorito che aveva qualcosa di altamente esotico, alieno, ma non come un classico extraterrestre, ma come di qualcosa mai vista o immaginata prima. Qualsiasi descrizione si possa fare non riuscirebbe a cogliere le sfumature disumane dei loro volti che, altrimenti, avrebbero potuto apparire anche normali. Forse un uomo lo sa, lo avverte, quando è a contatto con un suo simile, e quando invece è davanti ad una sua simulazione, ad un fantoccio, al di là dei meri tratti somatici. Ciò che più si distanziava dall’aspetto umano, tuttavia, era il colorito sbiadito, spento, privo di vita, che emanavano. Non un pallore nordico, né tantomeno un colorito intenso mediterraneo, né una pigmentazione scura dell’Africa, e nemmeno un colorito bianco tendente all’ocra come alcune popolazioni asiatiche; no, avevano un colorito tutto loro, anch’esso imperscrutabile, come tutta quella situazione assurda in cui mi ero ritrovato. Anche il loro vociare era umano, si sentiva qualche risata, e alcuni si abbracciavano tra di loro, come vecchi amici che non si vedevano da tanto. Eppure tutto mi sembrava artificioso. Ero ormai a metà della scalinata che qualcuno di loro cominciò a girarsi verso di me, accorgendosi della mia presenza. Alcuni mi guardavano incuriositi, altri accennavano uno strano sorriso, altri addirittura abbassavano leggermente la testa come un segno di riverenza nei miei confronti. Arrivai in fondo alla scalinata che tutti gli occhi erano puntati su di me. Nell’immenso salone era sceso il silenzio più totale; mi guardavo spaesato mentre ero circondato da tutti quegli esseri dalle sembianze umane, finché sobbalzai. Uno di loro, più alto e vestito in maniera ancor più vistosa e con colori diversi, mi aveva messo una mano sulla spalla. Doveva essere uno dei più vecchi lì dentro, ma il suo aspetto, seppur strambo come gli altri, era più raffinato e affascinante. Sembrava un vecchio saggio e, di sicuro, doveva avere un qualche ruolo importante.
“Benvenuto figlio mio”.
Poi si voltò verso gli astanti e pronunciò un discorso con aria solenne: “Benvenuti anche a tutti voi, miei carissimi amici. Ecco a voi, l’Ultimogenito. Con lui finalmente La Dinastia è al completo. Lui è il trentatreesimo figlio e ora, come è sempre stato, finalmente La Dinastia potrà regnare e governare quest’Universo per i prossimi cinquecento anni.”
Dopodiché ci fu uno scroscio di applausi, urla, esultazioni. Tutti erano in visibilio, tranne me, che ero in uno stato ancora più confusionale di prima. Ma una cosa era certa: quella situazione, da qualunque parte della realtà o dell’immaginazione avesse avuto origine, doveva terminare. Ero esausto, intrappolato in un incubo che non finiva più. Se il mio cervello era malato, volevo saperlo. Avrei accettato di buon grado una fine dignitosa e giusta che non quella follia senza senso.
“Io non sono tuo figlio. Ho già dei genitori, e anche una sorella, e un
cane. Mi aspettano a casa. La mia casa. Casa mia non è questo castello
schifoso.” Ero pieno di rabbia.
“Una coscienza impetuosa” disse uno degli esseri dalle sembianze umane femminili, mentre altri borbottavano e ridevano. Vidi il “padre”, il vecchio saggio un po’ in imbarazzo, che poi continuò a parlare: “Vedete, come sapete alla perfezione, i miei scienziati sono menti sublimi ma anche spiriti nobili abitati da alti ideali: da trentatré anni selezionano solo le coscienze Terrestri perché sono quelle più curiose e più intrepide. Come voi sapete, i Terrestri sono la specie più pregiata, più esclusiva, di tutte le dimensioni esistenti. Vivono nell’ignoto, eppure vivono. Questo fa sì che le loro coscienze, i loro spiriti, siano i più ricchi e variegati: possono essere dotati delle più alte forme di creatività così come delle più alte forme di distruttività. Ma queste sono le coscienze che servono per La Dinastia. Questa è la nostra ricchezza, non solo quella che potete ammirare guardandovi intorno”. Ci fu un altro scroscio di risate e di applausi.
“Sta dicendo che anche gli altri suoi presunti figli sono terrestri? Perché non si ribellano? Chi le ha dato il diritto di toglierci dalle nostre famiglie e dalle nostre vite?”
“...Stavo appunto terminando il discorso. I miei scienziati sono i migliori di tutto quest’Universo. Qui tutto è Eccellenza e Magnificenza. Con delle tecniche avanzate che mescolano magia e tecnologia, riescono ad estrapolare la coscienza dai corpi. La coscienza, quella linfa che ti fa sentire vivo, non il tuo cervello” disse girandosi verso di me. “la coscienza può abitare qualsiasi corpo, qualsiasi cervello. Ma i miei scienziati hanno deciso di fare un dono a tutti voi terrestri che abitavate in condizioni di povertà: offrirvi una vita e una casa magnificente, trasferendo la vostra coscienza in un corpo creato appositamente per voi, un corpo perfetto che incarna le sembianze di tutti coloro che abitano questa dimensione. Non sei stato scelto a caso. Abbiamo visto le tue miserevoli condizioni di vita e mossi da pietà, abbiamo deciso di donarti un destino decisamente migliore. Anche molte altre dinastie importanti di questo regno usano lo stesso stratagemma: prendere le vostre coscienze e trasferirle qui. Ma questa non è una dinastia, è La Dinastia. Tutti vorrebbero farne parte.”
Le risposte ora cominciavano ad arrivare, ma il mio livello di sgomento e terrore erano cresciuti a dismisura. Pensavo alla mia infima condizione di impotenza, all’essere stato derubato non solo della mia vita, ma del mio essere nell’accezione più profonda del termine.
“Cosa ne è stato di me nella mia vera vita? E della mia famiglia? Cosa diamine avete combinato?”
“Oh, non preoccuparti. Anche senza coscienza il tuo corpo può continuare a vivere, seppur con una certa meccanicità. D’altronde il cervello ormai è totalmente programmato, autonomo, pieno di istruzioni. Certo, prima o poi qualcuno noterà qualcosa di diverso: uno sguardo assente, una mancanza di brio, di fantasia. Forse ti troverai davanti ad uno...psichiatra, così li chiamate voi. Può darsi che intravederà in te una qualche forma di estraniazione o alienazione. Ma non sarà un problema né tuo né nostro. Tra qualche tempo la tua coscienza verrà totalmente assorbita da questo nuovo corpo e il ricordo della tua sventurata vita passata sarà una qualche visione sfumata, priva di reale significato. Vedi i tuoi fratelli laggiù. La maggior parte di loro ormai non ricorda più nulla.”
Mi resi conto che ormai ero spacciato. Non c’era via d’uscita, in alcun modo. Mi rincuoravo, in minima parte, pensando che la mia famiglia avrebbe continuato in qualche modo a vedermi e interagire con me, o con quel che rimaneva, meccanicamente e superficialmente, di me stesso. Se non ci fosse stato questo pensiero a sorreggermi, forse sarei sprofondato nella più oscura disperazione. Mi trovavo in un mondo inusitato, parallelo, in cui governavano varie dinastie che rubavano l’anima dai terrestri per avere un qualche vantaggio mentale e creativo sul resto della popolazione, probabilmente succube o in uno stato subalterno. Mi sedetti nella lunga tavolata assieme agli umanoidi e a quelli che erano i miei fratelli. Superato qualche sguardo iniziale verso di me, che ero immerso nel silenzio, cominciarono a conversare animatamente tra loro e buttarsi sulle numerose e succulente portate che venivano servite; le pietanze apparivano molto simili a quelle del nostro mondo, ma più grandi e invitanti. Stranamente, il loro sapore era buono e gustoso, anche se non avevano nessun odore e profumo. Tutto lì dentro era privo di odore ed era asettico. Passavano le ore e, chissà, forse i giorni; non riuscivo ad avere la cognizione del tempo, ammesso che il tempo scorresse come da noi. Poi, vedendo che alcuni commensali si alzavano e uscivano dal salone, mi aggregai e finalmente potei vedere il paesaggio che circondava quel palazzo. Tutto era statico, senza movimento e aveva un aspetto distorto, come una fotografia scattata male. Si vedeva una campagna sterminata dai colori scuri e il solito cielo, plumbeo e pesante, senza alcun sole. Non so se era la mia coscienza che faticava ad allinearsi a quel corpo e a quella realtà, o se la realtà esterna era proprio così: ma a questo punto, qual era la differenza?
Sobbalzai di nuovo quando sentii per la seconda volta una mano sulla spalla. Mi girai di colpo, pensando fosse il mio presunto padre, invece mi ritrovai un uomo avvolto da un mantello appoggiato ad un bastone dalle fattezze pregiate. Sì, era proprio un uomo: il colorito roseo, gli occhi verdi e un’aura di autenticità circondavano la sua presenza.
“Tu non sei fatto per stare qui. Guarda l’orizzonte sforzando un po’ la vista e vedrai che c’è un piccolo cancello: è una delle uscite secondarie, dovrai abbassarti e strisciare per uscire fuori. Poi corri sempre dritto, ad un certo punto ti apparirà un pozzo. Buttati lì e sarai salvo per sempre. Hai solo mezz’ora di tempo da ora.”
Guardai l’orizzonte ed era vero, si intravedeva molto lontanamente una porta minuscola. Mi girai e l’uomo non c’era più. Cosa ci faceva un uomo lì in mezzo? E perché mi aveva dato un simile consiglio? In vita mia non associavo il fatto di buttarsi in un pozzo alla salvezza. Eppure non c’era tempo per altre domande. Tutto era così strano e incomprensibile che ormai ero disposto a tutto: avrei visto la morte o sarei tornato alla mia vita di sempre. Alla fine, entrambe le alternative erano migliori di quel luogo e di quella gente. Mi scrutai intorno per vedere se qualcuno mi stava osservando ma tutti erano presi dalle chiacchiere e dal bere; certo, non ci avrebbero messo tanto nel vedermi correre fuori, ma dovevo tentare. Raccolsi nuovamente le mie energie e mi precipitai fuori, correndo ad una velocità che mai avrei immaginato. Quando ero prossimo al cancello cominciai a sentire delle urla e un trambusto provenire dal castello e vidi che alcuni cominciarono a corrermi dietro; l’uscita era veramente una strettoia e questo mi fece perdere tempo, donando a loro un po’ di vantaggio, ma per fortuna riuscii a sgattaiolare e riprendere la corsa furiosamente. Ebbi solo un attimo infinitesimale di tempo per lanciare un’occhiata al palazzo che mi lasciavo alle spalle: era una struttura totalmente nera, nera come lo spazio profondo, nera di un nero che non c’è sulla Terra. Anch’essa era stramba, sproporzionata, distorta; per certi versi assomigliava ad una gigantesca struttura uscita da un quadro cubista, ma questa era una descrizione alquanto approssimativa. Corsi furiosamente, con tutta la rabbia bruciante che avevo nel corpo, o meglio nella mia coscienza, dato che quel corpo non era nemmeno il mio. Le urla e i passi erano sempre più vicini, ma proprio in quel momento riuscii a vedere il pozzo. Vi salii sopra e ormai gli umanoidi erano a pochi metri da me.
Provai un forte brivido, una vertigine: ero sulla soglia dell’Ignoto. Che ne sarebbe stato, ancora una volta, di me? Mi lanciai, e precipitai per centinaia di metri. Poi, il nulla.
Aprii gli occhi e vidi mia sorella dall’altro lato del tavolo e nel bel mezzo una scacchiera. Era il nostro tavolo, il nostro piccolo salotto, con il nostro piccolo albero di Natale a fianco. Ero tornato in me. Non so perché stessi giocando a scacchi - che detestavo - con mia sorella che invece ne era una grande appassionata. Forse, supposi, il mio corpo privo di me stesso era totalmente in balia del volere altrui e così doveva aver accettato di mettersi a giocare. Mi alzai un attimo dicendo di dover andare in bagno. “Certo che è da stamattina che sei strano.”
Andai in bagno e mi guardai allo specchio: ero proprio io. Come ero sempre stato, senza che ci facessi troppo caso nel corso degli anni.
Il festoso clima natalizio e la permanenza nella mia casa riuscirono a distrarmi e nel giro di pochi giorni mi tranquillizzai, tornando alla mia vita di sempre. Non mi accadde più nulla di simile e non so dare alcuna spiegazione a ciò che mi accadde. Per fortuna, inoltre, il mio cervello era perfettamente sano. Forse, di tutta quell’avventura prima o poi resterà davvero solo un ricordo sbiadito, o forse no. Come disse quell’umanoide “i terrestri vivono nell’ignoto, ma vivono”.
E così continuai la mia vita di sempre, mi riadattai ad essa con le sue piccole quotidianità rassicuranti. Sapevo che c’erano altri mondi, altre realtà, intorno a noi, o sopra di noi, anche se non potevo di certo collocarle geograficamente, ma sapevo anche che volevo focalizzarmi sulla mia realtà e sui miei affetti e più di questo, davvero, non so nulla.
“Una coscienza impetuosa” disse uno degli esseri dalle sembianze umane femminili, mentre altri borbottavano e ridevano. Vidi il “padre”, il vecchio saggio un po’ in imbarazzo, che poi continuò a parlare: “Vedete, come sapete alla perfezione, i miei scienziati sono menti sublimi ma anche spiriti nobili abitati da alti ideali: da trentatré anni selezionano solo le coscienze Terrestri perché sono quelle più curiose e più intrepide. Come voi sapete, i Terrestri sono la specie più pregiata, più esclusiva, di tutte le dimensioni esistenti. Vivono nell’ignoto, eppure vivono. Questo fa sì che le loro coscienze, i loro spiriti, siano i più ricchi e variegati: possono essere dotati delle più alte forme di creatività così come delle più alte forme di distruttività. Ma queste sono le coscienze che servono per La Dinastia. Questa è la nostra ricchezza, non solo quella che potete ammirare guardandovi intorno”. Ci fu un altro scroscio di risate e di applausi.
“Sta dicendo che anche gli altri suoi presunti figli sono terrestri? Perché non si ribellano? Chi le ha dato il diritto di toglierci dalle nostre famiglie e dalle nostre vite?”
“...Stavo appunto terminando il discorso. I miei scienziati sono i migliori di tutto quest’Universo. Qui tutto è Eccellenza e Magnificenza. Con delle tecniche avanzate che mescolano magia e tecnologia, riescono ad estrapolare la coscienza dai corpi. La coscienza, quella linfa che ti fa sentire vivo, non il tuo cervello” disse girandosi verso di me. “la coscienza può abitare qualsiasi corpo, qualsiasi cervello. Ma i miei scienziati hanno deciso di fare un dono a tutti voi terrestri che abitavate in condizioni di povertà: offrirvi una vita e una casa magnificente, trasferendo la vostra coscienza in un corpo creato appositamente per voi, un corpo perfetto che incarna le sembianze di tutti coloro che abitano questa dimensione. Non sei stato scelto a caso. Abbiamo visto le tue miserevoli condizioni di vita e mossi da pietà, abbiamo deciso di donarti un destino decisamente migliore. Anche molte altre dinastie importanti di questo regno usano lo stesso stratagemma: prendere le vostre coscienze e trasferirle qui. Ma questa non è una dinastia, è La Dinastia. Tutti vorrebbero farne parte.”
Le risposte ora cominciavano ad arrivare, ma il mio livello di sgomento e terrore erano cresciuti a dismisura. Pensavo alla mia infima condizione di impotenza, all’essere stato derubato non solo della mia vita, ma del mio essere nell’accezione più profonda del termine.
“Cosa ne è stato di me nella mia vera vita? E della mia famiglia? Cosa diamine avete combinato?”
“Oh, non preoccuparti. Anche senza coscienza il tuo corpo può continuare a vivere, seppur con una certa meccanicità. D’altronde il cervello ormai è totalmente programmato, autonomo, pieno di istruzioni. Certo, prima o poi qualcuno noterà qualcosa di diverso: uno sguardo assente, una mancanza di brio, di fantasia. Forse ti troverai davanti ad uno...psichiatra, così li chiamate voi. Può darsi che intravederà in te una qualche forma di estraniazione o alienazione. Ma non sarà un problema né tuo né nostro. Tra qualche tempo la tua coscienza verrà totalmente assorbita da questo nuovo corpo e il ricordo della tua sventurata vita passata sarà una qualche visione sfumata, priva di reale significato. Vedi i tuoi fratelli laggiù. La maggior parte di loro ormai non ricorda più nulla.”
Mi resi conto che ormai ero spacciato. Non c’era via d’uscita, in alcun modo. Mi rincuoravo, in minima parte, pensando che la mia famiglia avrebbe continuato in qualche modo a vedermi e interagire con me, o con quel che rimaneva, meccanicamente e superficialmente, di me stesso. Se non ci fosse stato questo pensiero a sorreggermi, forse sarei sprofondato nella più oscura disperazione. Mi trovavo in un mondo inusitato, parallelo, in cui governavano varie dinastie che rubavano l’anima dai terrestri per avere un qualche vantaggio mentale e creativo sul resto della popolazione, probabilmente succube o in uno stato subalterno. Mi sedetti nella lunga tavolata assieme agli umanoidi e a quelli che erano i miei fratelli. Superato qualche sguardo iniziale verso di me, che ero immerso nel silenzio, cominciarono a conversare animatamente tra loro e buttarsi sulle numerose e succulente portate che venivano servite; le pietanze apparivano molto simili a quelle del nostro mondo, ma più grandi e invitanti. Stranamente, il loro sapore era buono e gustoso, anche se non avevano nessun odore e profumo. Tutto lì dentro era privo di odore ed era asettico. Passavano le ore e, chissà, forse i giorni; non riuscivo ad avere la cognizione del tempo, ammesso che il tempo scorresse come da noi. Poi, vedendo che alcuni commensali si alzavano e uscivano dal salone, mi aggregai e finalmente potei vedere il paesaggio che circondava quel palazzo. Tutto era statico, senza movimento e aveva un aspetto distorto, come una fotografia scattata male. Si vedeva una campagna sterminata dai colori scuri e il solito cielo, plumbeo e pesante, senza alcun sole. Non so se era la mia coscienza che faticava ad allinearsi a quel corpo e a quella realtà, o se la realtà esterna era proprio così: ma a questo punto, qual era la differenza?
Sobbalzai di nuovo quando sentii per la seconda volta una mano sulla spalla. Mi girai di colpo, pensando fosse il mio presunto padre, invece mi ritrovai un uomo avvolto da un mantello appoggiato ad un bastone dalle fattezze pregiate. Sì, era proprio un uomo: il colorito roseo, gli occhi verdi e un’aura di autenticità circondavano la sua presenza.
“Tu non sei fatto per stare qui. Guarda l’orizzonte sforzando un po’ la vista e vedrai che c’è un piccolo cancello: è una delle uscite secondarie, dovrai abbassarti e strisciare per uscire fuori. Poi corri sempre dritto, ad un certo punto ti apparirà un pozzo. Buttati lì e sarai salvo per sempre. Hai solo mezz’ora di tempo da ora.”
Guardai l’orizzonte ed era vero, si intravedeva molto lontanamente una porta minuscola. Mi girai e l’uomo non c’era più. Cosa ci faceva un uomo lì in mezzo? E perché mi aveva dato un simile consiglio? In vita mia non associavo il fatto di buttarsi in un pozzo alla salvezza. Eppure non c’era tempo per altre domande. Tutto era così strano e incomprensibile che ormai ero disposto a tutto: avrei visto la morte o sarei tornato alla mia vita di sempre. Alla fine, entrambe le alternative erano migliori di quel luogo e di quella gente. Mi scrutai intorno per vedere se qualcuno mi stava osservando ma tutti erano presi dalle chiacchiere e dal bere; certo, non ci avrebbero messo tanto nel vedermi correre fuori, ma dovevo tentare. Raccolsi nuovamente le mie energie e mi precipitai fuori, correndo ad una velocità che mai avrei immaginato. Quando ero prossimo al cancello cominciai a sentire delle urla e un trambusto provenire dal castello e vidi che alcuni cominciarono a corrermi dietro; l’uscita era veramente una strettoia e questo mi fece perdere tempo, donando a loro un po’ di vantaggio, ma per fortuna riuscii a sgattaiolare e riprendere la corsa furiosamente. Ebbi solo un attimo infinitesimale di tempo per lanciare un’occhiata al palazzo che mi lasciavo alle spalle: era una struttura totalmente nera, nera come lo spazio profondo, nera di un nero che non c’è sulla Terra. Anch’essa era stramba, sproporzionata, distorta; per certi versi assomigliava ad una gigantesca struttura uscita da un quadro cubista, ma questa era una descrizione alquanto approssimativa. Corsi furiosamente, con tutta la rabbia bruciante che avevo nel corpo, o meglio nella mia coscienza, dato che quel corpo non era nemmeno il mio. Le urla e i passi erano sempre più vicini, ma proprio in quel momento riuscii a vedere il pozzo. Vi salii sopra e ormai gli umanoidi erano a pochi metri da me.
Provai un forte brivido, una vertigine: ero sulla soglia dell’Ignoto. Che ne sarebbe stato, ancora una volta, di me? Mi lanciai, e precipitai per centinaia di metri. Poi, il nulla.
Aprii gli occhi e vidi mia sorella dall’altro lato del tavolo e nel bel mezzo una scacchiera. Era il nostro tavolo, il nostro piccolo salotto, con il nostro piccolo albero di Natale a fianco. Ero tornato in me. Non so perché stessi giocando a scacchi - che detestavo - con mia sorella che invece ne era una grande appassionata. Forse, supposi, il mio corpo privo di me stesso era totalmente in balia del volere altrui e così doveva aver accettato di mettersi a giocare. Mi alzai un attimo dicendo di dover andare in bagno. “Certo che è da stamattina che sei strano.”
Andai in bagno e mi guardai allo specchio: ero proprio io. Come ero sempre stato, senza che ci facessi troppo caso nel corso degli anni.
Il festoso clima natalizio e la permanenza nella mia casa riuscirono a distrarmi e nel giro di pochi giorni mi tranquillizzai, tornando alla mia vita di sempre. Non mi accadde più nulla di simile e non so dare alcuna spiegazione a ciò che mi accadde. Per fortuna, inoltre, il mio cervello era perfettamente sano. Forse, di tutta quell’avventura prima o poi resterà davvero solo un ricordo sbiadito, o forse no. Come disse quell’umanoide “i terrestri vivono nell’ignoto, ma vivono”.
E così continuai la mia vita di sempre, mi riadattai ad essa con le sue piccole quotidianità rassicuranti. Sapevo che c’erano altri mondi, altre realtà, intorno a noi, o sopra di noi, anche se non potevo di certo collocarle geograficamente, ma sapevo anche che volevo focalizzarmi sulla mia realtà e sui miei affetti e più di questo, davvero, non so nulla.

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