L'addestramento

 

 

Anno 1983

Elon stava leggendo quel numero di Amazing Stories, proprio quello premiato come il migliore di quella raccolta. Quello con i robot che arrivano dallo spazio per annientare il genere umano e impadronirsi della Terra.
Si era accucciato sull’enorme sedia di vimini del nonno, nella veranda della loro magione estiva. Davanti a lui, poche decine di metri dopo il soppalco di legno e la breve scalinata che portava al vialetto d’ingresso, iniziava un’estesa boscaglia che lasciava appena appena intravvedere le montagne.
Rimase lì fino all’imbrunire. Leggeva e, ogni tanto, s’interrompeva poi per rientrare in casa a sgranocchiare pop corn o qualche altro dolciume. Aveva paura di portarli fuori e attirare gli insetti; così la lettura procedette lenta, anche se non per questo meno coinvolgente.
A un certo punto si cominciarono a udire pure i grilli e le cicale.
I suoi genitori avevano accompagnato il nonno all’ospedale, a sessanta miglia da lì. Viveva con loro e da un paio di giorni aveva qualche difficoltà a deglutire e respirare. Così si erano decisi a farlo vedere da un medico che non fosse inetto o troppo occupato per raggiungerli come quelli locali.
«Fra qualche ora torniamo.» gli avevano detto. «…Tu fa il bravo e cerca di non ingozzarti di caramelle o altre porcherie! Fra poco, comunque, arriva Melissa. Cerca, quindi, anche di essere obbediente e di non farla ammattire con tutti quei tuoi giochi strani o le tue pretese!»
Melissa era la babysitter.
Un ragazzino di dodici anni non dovrebbe averne bisogno, aveva cominciato a credere; anche se Melissa era una buona compagnia, abbastanza servile e paziente da sciropparsi tutte le sue fantasie sulle astronavi e le minacce provenienti dallo spazio. La ragazza, infatti, poteva stare per ore ad ascoltarlo e fingersi incuriosita dal contenuto delle sue letture.
 
Si accese la lanternina che penzolava accanto alla colonna di legno alla sua sinistra e lui si voltò, pensando che fosse arrivata e stata proprio lei ad accenderla.
Invece, vicino alla porta stava un uomo col cappello e gli occhiali.
Era in giacca e cravatta, ordinato, immobile. E tutto bianco. A parte il viso e le mani, così abbronzati che quasi sfumavano nella penombra che in parte avvolgeva ancora quell’angolo del piccolo porticato della veranda.
«Ti piacciono le storie di fantascienza?!» disse, amichevole.
Stranamente non ne fu spaventato.
Almeno, … Almeno fino al momento in cui alzò lo sguardo. Esattamente nel punto in cui l’uomo aveva preso a indicare il cielo.
A un’altezza di venti metri sopra il prato antistante alla casa, era sospeso un parallelepipedo rossastro e traslucido grande quanto una cabina telefonica. La sua parziale trasparenza e luminosità mostravano che all’interno era racchiusa Melissa.
Poteva vederla boccheggiare e battere i pugni, senza però che la sua azione emettesse alcun suono.
«… Bel trucco, èh?!» riprese l’uomo. E si sistemo divertito l’immacolata cravatta.
Elon si alzò a fatica dal seggiolone di vimini e, gettando a terra stupito la sua rivista si avvicinò al prato.
Neppure riusciva a provare dispiacere o alcuna apprensione per la condizione della ragazza. Era come ipnotizzato e inebetito dal prodigio a cui stava assistendo.
«Sei un alieno?» chiese, timido.
«Sono estraneo, sì… Almeno fino a quando non m’incontri.» ghignò l’uomo.
Erano parole criptiche per un ragazzino; Elon riuscì solo a rispondere con un’alzata di spalle e grattandosi i capelli.
«… Ah!... Sì sì, comunque: visto che a te piacciono le storie di alieni e robot. Va bene!... Diciamo che posso essere anche uno di loro.» disse, andandogli vicino con astuto garbo e una certa calma.
Poi allungò la mano.
«Stranger… Il mio nome è Stranger. Piacere!»
Si tolse gli occhiali per mostrare bene il verde scintillante e sinistro dei suoi occhi.
«Faccio magie.»
Elon lo guardò fra lo stupito e l’incredulo.
«… Magie di ogni tipo: distorsioni dimensionali, sparizioni, apparizioni, creazione di realtà alternative o di altri mondi, ecc ecc…» disse. «Credo di fare al caso tuo, insomma.»
Elon riprese a guardare il parallelepipedo, mezzo inclinato e sospeso nel cielo. Melissa vi si stava accasciando dentro, sfinita o svenuta.
Stranger schioccò le dita e il tutto scomparve. Elon la rivide poco dopo, quindi, seduta e addormentata sulla grande sedia di vimini.
«La lasceremo riposare per un po’, okay?» disse. «Non è ancora pronta per quello che ho da mostrarti…»
Elon si avvicinò lentamente a Melissa per assicurarsi che stesse davvero dormendo e non fosse morta, e poi strinse le mani ai braccioli della sedia. Il cuore cominciava a battergli in gola. La ragazza russava piano, come se nulla fosse successo.
Stranger gli si fece più vicino, tanto che Elon poté percepire un odore indefinibile. Non era sudore, né tabacco, né colonia, ma qualcosa di più simile all’ozono bruciato dopo un temporale.
«Anche se posso crearli, come ti stavo spiegando, non ho bisogno di mondi miei…» disse. «Li costruisco nei corpi degli altri… Tu, per esempio, hai già l’architettura perfetta!»
Elon deglutì, sentendo le parole risuonargli dentro come un’eco stonata.
«Architettura?» chiese interdetto.
«Certo!... Cervello, nervi, muscoli, cuore: stanze, corridoi e turbine. Un piccolo teatro che aspetta solo di essere abitato. Noi entità non possiamo restare troppo a lungo sospesi tra i piani. Senza materia non esistiamo. Così, affittiamo i vostri corpi.»
Mentre parlava, il volto di Stranger  cominciò a vibrare, come un’immagine su uno schermo mal sintonizzato. Per un istante Elon vide dietro la pelle bronzea un tessuto filiforme, luminescente, simile a radici in movimento.
«Vuoi… “affittarmi”?» chiese, senza rendersi conto che le parole gli uscivano già più lente, come se non fosse lui a muovere la lingua.
Stranger sorrise. «No, no! Voglio solo suonarti. Sei uno strumento… Io premo i tasti e tu mi dai voce.»
Poi, con un gesto rapido, indicò di nuovo il cielo.
Un secondo parallelepipedo comparve, più grande del primo, ma completamente opaco. Si aprì in silenzio, rivelando una cavità nera che sembrava assorbire la luce circostante. Dentro, ombre fitte si muovevano in convulsioni. Sembravano uomini, ma privi di ossa, liquefatti e agitati da spasmi.
«Quelli sono i musicisti che non hanno retto l’accordo,» disse Stranger, pacato ma con un che di ammonimento. «ora strumenti inutili!»
Elon cercò di lamentarsi, ma la voce proprio non gli usciva. Solo un filo di saliva gli colava dall’angolo della bocca.
Forse sta già svuotando la mia mente, pensò. …Occupandomi.
«Non temere! Ti allenerò. Faremo un bell’addestramento… Ti renderò resistente, capiente. E poi…» Stranger gli accarezzò la testa con la punta delle dita, e per un attimo Elon vide un lampo, una città impossibile fatta di torri traslucide, strade di sangue che si piegavano a spirale, e corpi umani trasformati in scale, ponti, archi. «…vedrai anche tu com’è dall’altra parte. Non come lettore, ma come protagonista! Già, già!...»
Melissa, dietro di loro, si mosse e tossì nel sonno, come se qualcosa avesse tentato di uscire dalla sua gola per opporsi a quell’orrore.
Stranger si raddrizzò per controllarla e poi sistemò di nuovo la cravatta.
«Allora, ragazzo!... Vuoi continuare la tua lettura, o preferisci che sia io a leggerti  qualcosa di nuovo… da dentro?» disse.
Elon sentì un calore improvviso trapassargli le tempie. Non era dolore, piuttosto una pressione. Come quella di una mano gigantesca che spingesse il suo cranio dall’interno. Gli occhi si chiusero assieme a una smorfia di rabbia, senza che potesse opporsi.
E vide.
Non era più sulla veranda, ma in una stanza bianca, colma di cavi e monitor.
Le sue mani adulte e nervose correvano veloci sulla tastiera, digitando formule e codici. Intorno a lui uomini e donne in camici osservavano deferenti, come discepoli davanti a un sacerdote.
«Sviluppatore capo» mormorò una voce che era insieme la sua e quella di Stranger. «Il demiurgo dei nuovi ospiti.»
Vide file di macchine aprirsi come crisalidi; contenevano robot d’acciaio, occhi luminosi, scheletri perfetti. E dentro, non circuiti, ma filamenti incandescenti che pulsavano come nervi, come radici cosmiche. Erano gli stessi che aveva intravisto sotto la pelle di quel maledetto uomo o… alieno.
«Ecco il trucco!» rise la voce. «Pensavi che ci limitassimo ad affittare corpi? Troppo poco e poi non possiamo interferire con il vostro libero arbitrio. A volte ci basta solo suggerire alla coscienza. Capisci?!... Suggerire strategie, teorie, invenzioni pericolose… Noi preferiamo che siate voi stessi a costruirci le dimore: città, server,  arti meccanici, cervelli di silicio. Voi fabbricate, noi abitiamo!»
Il futuro scivolò ancora più avanti. Il ragazzo inorridì osservando enormi astronavi colme di questi nuovi esseri, stormi metallici che oscuravano i cieli, e dietro ogni maschera lucente il ghigno senza labbra di Stranger e dei suoi simili.
 
Elon si ritrovò di nuovo bambino, ma con la consapevolezza adulta che lo schiacciava come una colpa insostenibile. Cercò di ribellarsi, di gridare che non voleva farne parte, ma ogni tentativo era solo un pensiero assorbito e replicato da quel maledetto estraneo.
Stranger rientrò dentro di lui con la naturalezza di chi apre la porta di casa propria. La voce risuonò di nuovo, sarcastica, mentre Melissa tossiva nel sonno e il bosco intorno si faceva più buio.
«E tu che pensavi di diventare uno scrittore di fantascienza!…» disse.
In effetti Elon ci aveva pensato e provato più volte a scribacchiare qualcosa.
Serrò i pugni. La visione dei robot svanì in un lampo, come se il futuro stesso fosse di cera liquefatta. E poi si voltò verso l’entità, con uno scatto di coraggio che non sapeva di possedere.
«E se mi rifiutassi?» gridò. «Se decidessi di non costruirvi mai? Se restassi lontano da quei laboratori, da quelle macchine?... No!... Non farò mai niente del genere!»
Per un attimo la veranda fu di nuovo solo veranda. Le lucciole lampeggiavano tra gli alberi, i grilli frinivano. Melissa si mosse ancora nel sonno, ignara. 
Elon pensava davvero di potercela fare, di potersi liberare da quella minaccia e da tutte le altre di quel maligno avvenire.
Poi Stranger rise. Non un riso sonoro, ma una specie di mormorio, come se venti voci lo pronunciassero insieme.
«Povero piccolo architetto! Davvero credi che tutto dipenda da te? Ti mostro un’altra possibilità, allora…»
Schioccò le dita.
E il mondo si rivoltò di nuovo. Elon si trovò in un immenso laboratorio umido, pieno di vasche translucide. Dentro galleggiavano creature in formazione. Arti carnosi che crescevano a spirale, occhi grandi come pugni che si aprivano e chiudevano, scheletri umani innestati con cartilagini fluorescenti. Non c’era acciaio né silicio, ma carne e midollo.
«Ingegneria genetica,» sussurrò Stranger  alle sue spalle, «un’alternativa molto più… elegante. Non servono robot, non servono codici. Basta che i vostri scienziati imparino a manipolare la vita come se fosse argilla.
E guarda come ci fabbricano bene!...: Corpi ospitali, resilienti, biologici. Qui non entreremo con circuiti, ma con vene e sinapsi. È persino più comodo!»
Le vasche si aprirono e da esse uscirono figure che camminavano barcollando.
Non erano uomini, non erano animali.
Ognuna aveva negli occhi lo stesso scintillio verde che Stranger mostrava dietro gli occhiali.
«Puoi rifiutare il domani che ti ho mostrato, certo,» aggiunse l’entità, stringendogli la spalla con dita che ormai sembravano radici incandescenti. «Ma ci sarà sempre un altro futuro a riceverci. Noi non chiediamo il permesso, dopotutto. Noi semplicemente… arriviamo.»
Inclinò la testa, sorridendo con un ghigno feroce e ironico.
«Alla fine, bambino, la sola vera scelta che hai è se preferisci fabbricarci artificiali o in carne e ossa coltivate. Considerala la tua prima decisione da adulto! Eh!eh!eh!»
Elon pianse. Ogni cosa sembrava già scritta per lui, novello dottor Frankenstein, senza che potesse davvero sottrarsi.
Stranger allora, vedendolo in quello stato, si chinò verso la poltrona di vimini e raccolse la rivista che il ragazzo aveva lasciato cadere. La sfogliò con aria distratta, come se fosse un libretto di istruzioni.
«Fantascienza, eh?» mormorò, lanciandogli uno sguardo obliquo. «Oppure qualcosa che la vostra coscienza ha potuto in parte percepire di ciò che sta là, oltre il tempo lineare?»
Si fermò su una pagina, poi la accartocciò con un gesto rapido. Al suo posto, come se fosse stato sempre lì, apparve un fascicolo diverso: copertina rossa, lettere argentate. Sopra, in caratteri sottili e netti, campeggiava il titolo:
“Illusionismo Quantico: manuale pratico per l’imprigionamento in parallelepipedi volanti”.
Stranger lo agitò davanti agli occhi di Elon, ridendo piano. Le illustrazioni mostravano schemi di costruzione, formule matematiche e sagome umane sospese in cristalli rossastri, esattamente come Melissa poco prima.
«Questo te lo regalo.» disse, con un lampo verde negli occhi. «Chissà, magari un giorno lo scriverai tu stesso e penserai che era solo fantasia.»
Gli porse il fascicolo, e mentre Elon lo stringeva tra le mani tremanti, Stranger aggiunse di nuovo, sarcastico:
«Eccotela spedita in anticipo, allora!... D’altronde, ogni magia non è altro che tecnologia con il corriere espresso.»
Poi chiuse gli occhi e diede una sbirciatina altrove.
«Questo numero, fra l’altro» disse. «è uno dei miei preferiti.» Indicò il parallelepipedo dell’illustrazione. «Fra pochi giorni, volendo, potremmo metterci pure il nonno e fargli raggiungere le nuvole, la stratosfera… Lo spazio.» ghignò.
«Meglio che sotto terra, no?!»
Elon non lo trovò affatto divertente; tuttavia, come la prima volta che gli era apparso, sentì comunque di non provare le emozioni che avrebbe dovuto in una simile circostanza. 
Era stato un click?!... Pensò. Un altro dei suoi schiocchi di dita o giochetti per cambiare le cose?
La compagnia di quell’uomo, alieno, demone o qualsiasi cosa fosse, ora, non gli appariva più così poco rassicurante.
Anche le sue mani avevano smesso di tremare.
Era come se all’improvviso fosse scattato qualcosa nel suo cervello o gli si fosse aperta una voragine infuocata di nuova consapevolezza.
Melissa si rigirò su un fianco bofonchiando qualcosa. L’aveva addormentata bene bene, pensò.
I suoi compagni di scuola, a proposito delle babysitter, loro o dei loro fratelli/sorelle, raccontavano a mezza bocca storie sconce che non sapevano come portare avanti e che concludevano con un riso soffocato nascosto dietro a una mano. Lui, però, aveva in mente qualcosa di diverso…
E anche Stranger sembrava d'accordo; soddisfatto gli fece l’occhiolino e poi svanì svolazzando dietro a uno piccolo sbuffo di fumo, trasformato in lucciola.












Racconto di Fabio Cavagliano (2025)
Dedicato a Rubrus e ispirato al personaggio del suo romanzo "Dark summer"

2 commenti:

  1. Credo che tu abbia colto in pieno lo spirito del personaggio. Stranger - nel mio romanzo Strangman - è in fondo uno stimolatore di illusioni, quindi di storie e le storie sono una forma di magia... ma non tutta la magia è bianca, anche se lui, da buon mistificatore, si veste proprio di quel colore. Credo che una delle soddisfazioni maggiori di chi scrive si verifichi quando un prodotto della propria fantasia esce, per così dire, dalla sfera di controllo del suo autore e, in qualche modo, finisca per essere parte delle storie altrui.

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    1. Ho potuto coglierlo così bene per fascinazione e poi perché, come tu sai, credo che esseri simili (buoni o malvagi che siano) possano esistere… Ma questo è un altro discorso.
      Qui si prendono per vere quelle teorie che vedono lo spaziotempo come un blocco unico (“curvo e finito”, secondo Einstein) , cioè dove passato, presente e futuro non scorrono ma coesistono. In un' ottica del genere anche la coscienza, al suo acme o livelli superiori a ciò che noi abbiamo raggiunto e manifestiamo nel continuum (La considero, quindi, pure come una sorta di padronanza che la materia o l’energia hanno su se stesse e i loro processi), potrebbe davvero giocare al “mago” o comunicare in modi che ci appaiono prodigiosi.
      Ti ringrazio, comunque, per avermi suggerito lo switch finale del ragazzino in qualcosa di più sinistro (come vedi ho riportato paro paro nel finale i ricordi dei suoi compagni di scuola). Effettivamente ha anche un effetto più disturbante l’idea che, una volta esplorato un abisso, finisci per diventarlo.

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