lunedì 22 agosto 2022

Racconto



Le campane iniziarono a suonare e Paolo controllò l’ora: le sette e un quarto.
Rintoccarono le cinque, le sei, le sette… e poi le otto, le nove, le dieci.
L’orologio della chiesa doveva essere sbagliato, oppure il campanaro aveva preso un colpo di sole.
Quella era l’estate più calda a memoria d’uomo e, benché fosse mattino presto, al bar del paese già si sudava.
I rintocchi continuavano. Un cane, da qualche parte, ululava.
Malgrado la temperatura, un brivido corse lungo la schiena di Paolo.
L’impressione che stesse succedendo qualcosa di sbagliato, di fuori posto.
«Dannato sciamano» brontolò un tizio barbuto seduto a un tavolo in penombra (pochi secondi dopo, Paolo lo avrebbe riconosciuto come Anselmo, il farmacista).
Un vecchietto con grossi occhiali che lo facevano assomigliare a un gufo ridacchiò.
Il farmacista si alzò dal tavolo e infilò la porta.
I rintocchi cessarono. Il cane andò avanti a ululare ancora per un po’, poi smise.
Il vago senso di inquietudine che Paolo aveva avvertito svanì, ma non del tutto. Rimaneva una sensazione indefinibile, come di una minaccia nascosta sotto la soglia della coscienza.
L’ululato, doveva essere quello. I cani dovrebbero abbaiare, ringhiare, latrare… ma ululare no. Quello lo fanno i lupi e i cani hanno smesso di essere lupi… quando… diecimila anni fa?
Non si diceva che sentir ululare un cane porta male?
«L’orologio del campanile deve essere guasto» disse Paolo.
«Naa» lo contraddisse il gufo «è tutt’altra un’altra storia». Squadrò Paolo da dietro le lenti, come se valutasse se fosse degno di saperne di più. Ma sì. Dopotutto, veniva in vacanza al paese da più di vent’anni e, senz’altro, il vecchio si ricordava di averlo visto bambino. Lui, Paolo, invece, il nome del gufo non se lo ricordava.
Il vecchio si schiarì la voce e proseguì: «Un po’ di anni fa, l’Anselmo ha fatto causa a Don Pietro» proseguì «Aveva appena preso la farmacia e sopra c’è la casa. E la casa è attaccata alla chiesa». Lanciò un’altra occhiata a Paolo. Veniva in paese da più di vent’anni, è vero, ma con questi forestieri c’è sempre da stare attenti. «All’epoca, Don Pietro faceva suonare le ore. E anche i quarti, le messe e tutto il resto. Troppo, per Anselmo, che abita proprio sotto il campanile. D’altra parte, non poteva andare altrove, altrimenti perdeva la licenza della farmacia. Ha provato a convincere Don Pietro con le buone, ma non c’è stato niente da fare e la faccenda è finita in Tribunale. Il Tribunale ha dato ragione ad Anselmo, per via che questo è un luogo di vacanza... come se la gente non ci abitasse, qui… comunque Don Pietro ha dovuto smettere di suonare le ore». Altra risatina «Così ha iniziato a suonare angelus, vespri, avemaria e quelle altre robe lì».
Paolo si unì alla risatina. Quella bizzarra inquietudine era scomparsa.
«L’Anselmo voleva tornare in tribunale, ma ha lasciato perdere. In paese ci doveva vivere e le medicine le doveva vendere a noi» continuò il gufo.
«Le cause non portano mai niente di buono e non servono a niente» chiosò Paolo. Era una minaccia, quella di cui aveva parlato il vecchio? Lo sciopero delle pastiglie per la pressione? Oppure qualcosa di più deciso? Vecchi bigotti che brandivano forconi e fiaccole accese? Meglio far finta di niente.
«Vero» approvò il gufo. Squadrò Paolo. Non pensava mica di cavarsela con una frase fatta? Doveva dire esattamente come la pensava.
«E poi non suoneranno tanto spesso» continuò Paolo «Tre, quatto volte al giorno?». Non sapeva quando, secondo il rituale ecclesiastico, dovessero suonare le campane (né se ci fosse un rituale, se è per questo) e sperò di non essere andato troppo lontano dalla verità.
«No, non tanto spesso» altra risatina del gufo «Messe, funerali, matrimoni, per tener lontana la grandine e nelle altre occasioni speciali».
Paolo si astenne (“per tenere lontana la grandine?”) dal chiedere quali fossero le occasioni speciali.
Forse avevano preso tutti quanti preso un colpo di calore.
Era l’estate del 2003; a memoria d’uomo – anche a memoria del gufo, c’era da scommetterci – l’estate più calda che si fosse vista da quelle parti e Paolo cominciava a pensare di essere fortunato perché i suoi si erano tenuti la vecchia casa di villeggiatura.
Pochi anni prima, avrebbe dato un braccio (be’, non esageriamo, è solo una metafora) pur di poter passare l’estate da qualche altra parte, ma ora che stava entrando, e definitivamente, nell’età adulta, cominciava a pensarla diversamente.
Non era tanto male potersi godere qualche ora di frescura, anche a costo di stare in un buco di paese come quello.
Forse la casa di vacanze della sua infanzia non era da buttare e forse (ma anche quel pensiero, come la strana inquietudine di poco prima, era sommerso sotto la soglia della coscienza) gli anni migliori della sua vita erano trascorsi senza che lui se ne accorgesse.


Passarono diciannove anni e, con essi, un bel po’ di quelle cose che siamo soliti chiamare “vita”.


«Sembra l’estate del 2003» disse Don Pietro sedendosi accanto a Paolo.
Si tamponò la fronte con un fazzoletto. Sudava copiosamente e Paolo si chiese da dove il sacerdote tirasse fuori tutta quell’acqua.
Strizzato nella tonaca nera, il prete sembrava un’ombra che fosse riuscita a farsi crescere addosso un po’ di carne.
«E così è tornato anche quest’anno» disse Don Pietro.
Paolo non era un gran frequentatore di chiese e temette che il sacerdote vedesse in lui una pecorella smarrita da recuperare. Paolo non apparteneva esattamente al suo gregge, ma, negli ultimi tempi, preti e fedeli scarseggiavano, perciò non c’era da guardare troppo per il sottile.
Armeggiò col cellulare, cercando di sviare il discorso. «Secondo le statistiche...» iniziò.
«Quell’affare lì non funziona, dovrebbe saperlo» lo interruppe Don Pietro «Il Monte Nembo blocca il segnale. Se vuole che prenda deve spostarsi dalle parti del Municipio».
Paolo lo sapeva. Come sapeva che non avrebbe trovato “Monte Nembo” su Google Maps. Il nome ufficiale era un altro. Erano quelli del posto a chiamare così la montagna perché era da lì che venivano i temporali peggiori. Quelli del posto e chi frequentava il paese da una vita.
«Si fidi, è come il 2003, non c’è bisogno di andare a controllare. Che poi, anche se si controlla, oggi come oggi ci si scorda subito. Ogni informazione è lì, a portata di mano, e non serve tenerla a mente, così perdiamo la memoria. E senza memoria...». Tacque, affannato.
Paolo si rese conto che il prete non si era seduto per far conversazione o per riportarlo nei ranghi di Santa Madre Chiesa Cattolica Apostolica. Si era fermato perché era sfinito.
Don Pietro gli era sempre sembrato vecchio, ma, quando si è giovani, non sembra vecchia la maggior parte dell’umanità?
Si chiese quanti anni avesse il sacerdote e si rese conto che “vecchio” non era la parola adatta.
“Antico” sarebbe stato meglio.
«Il sedici agosto 1926 mezzo paese venne cancellato da una frana» disse il sacerdote «Per questo la parte a ovest della Chiesa viene ancor oggi chiamata “La rovina”. Questo lo può trovare in internet. O magari se lo ricorda perché è un pezzo che viene da queste parti. La frana venne giù dal Monte Nembo e si portò via la parte nuova».
«Per questo c’è la processione, ogni anno» disse Paolo. Come diceva Don Pietro, conosceva la storia del paese. Sarebbe stato sempre un forestiero, ma un po’ di cose le sapeva.
Il prete annuì. «La processione, ogni anno. Ma ancora non so per quanto. Ci crede che, una volta, il giorno della processione chiudeva persino l’osteria? La gente non lavorava. Il giorno prima dava doppia razione di erba alle bestie, così da non doverle nutrire. Adesso invece...».
«Il sedici agosto, processione a parte, è un giorno come un altro» concluse Paolo. Conosceva la solfa del “una volta sì che...”. Peggio della messa.
«Quello che non c’è scritto» disse Don Pietro «Quello che non può esserci scritto è cosa accadde la notte tra il quindici e il sedici agosto 1926». Indicò lo smartphone di Paolo «Magari, se smanetta abbastanza, o se trova qualcuno abbastanza vecchio e con la lingua abbastanza lunga, scopre che da queste parti si usa dire “La tempesta del ‘26”. Un’espressione proverbiale che, fuori di qui, non ha nessun significato. Presto non si capirà se si riferisce al 1926 o al 2026 e il senso andrà perduto del tutto. Io però non ci sarò già più». Appoggiò le mani alle ginocchia come per alzarsi, ma non lo fece, come se dovesse raccogliere le forze. «Dicono che suonare le campane tenga lontane le tempeste, o almeno la grandine. Se continua a smanettare – oh, sì, navigo anch’io in internet, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa – troverà chi dice che la frequenza delle onde sonore generate dai rintocchi frantuma i chicchi. Io non ci credo. Una volta si diceva che con le campane si invocava la protezione dei santi. Ogni epoca ha le sue superstizioni e io mi tengo le mie».
Paolo alzò lo sguardo verso il cielo. Era sereno. Troppo sereno. E troppo caldo. Un tempo così favoriva i fenomeni atmosferici estremi e quella non era superstizione. La prima volta che Paolo aveva sentito parlare di effetto serra e di cambiamento climatico era ancora alle medie. Un sacco di anni addietro, ma l’umanità aveva preferito credere ad altro. Forse era proprio come diceva il vecchio sacerdote. Ogni epoca ha le sue superstizioni.
Infine, il sacerdote si alzò. «Comunque, è ora che vada a fare il mio dovere».
Paolo lo guardò allontanarsi e si domandò se avrebbe raggiunto la chiesa o se, evaporata l’ultima goccia di sudore, sarebbe svanito prima, come un’ombra dissolta da quel sole feroce.


«Dannata bestiaccia» disse Anselmo il farmacista.
La barba si era ingrigita e quella che stava porgendo a Paolo non era una scatola di cerotti per le sbucciature, ma di pastiglie per la prostatite e, ragazzi, se quello non era un segno del passare degli anni, non so cos’altro.
Il cane ululò e le campane suonarono.
Un brivido ben noto serpeggiò lungo la schiena di Paolo.
Forse più intenso, stavolta.
Forse quella sensazione indefinita era un po’ meno indefinita.
Per un istante, infatti, Paolo ebbe la certezza che il cane che sentiva ululare ai rintocchi di campana da vent’anni a questa parte (e forse da prima) fosse sempre quello, sempre lo stesso.
Ma no.
I rintocchi di campana non frantumano i chicchi di grandine, ma i cani odono frequenze che gli uomini non sentono, per questo ne sono così disturbati e continuano a ululare anche dopo che noi umani non percepiamo più nulla.
«C’è pericolo che grandini, secondo lei?».
Il farmacista fece una specie di sghignazzo. «Ah, l’hanno venduta anche a lei? Razza di primitivi superstiziosi. Bah… io non me la prendo più. C’è di peggio». Lo sguardo del dottore corse a una manifesto per la campagna vaccinale contro il Covid.
«Fake news» disse Paolo. Gli era venuto improvvisamente in mente che alcuni rifiutavano il vaccino per motivi religiosi. Forse in paese ce n’era qualcuno. O forse era il medico a essere un no- vax? «Le campane che tengono lontana la grandine» precisò onde evitare polemiche.
«Io preferisco “scemenze”» disse il dottore «chiami le cose con una parola straniera e quella acquista un’aura di serietà, di sacralità. Abbiamo sostituito il latino con l’inglese, ma non è cambiato niente. È stato Don Pietro a tirar fuori la faccenda della grandine e delle campane, scommetto». Poi, senza attendere risposta «Ma non le ha detto che in realtà è l’evoluzione di un rituale pagano contro gli Spiriti dell’Aria. Nel Medioevo capitava ancora che la gente chiamasse così gli antichi dei e li pregasse per proteggere i campi. Al solito, la Chiesa li degradò a diavoli. Questo però non bastò a sradicare la credenza. C’era un’altra superstizione, tuttavia: le campane tengono lontano il demonio». Congiunse le mani come se pregasse «I preti hanno unito le due dicerie e sono riusciti a ramazzare un’altra volta lo sporco sotto il tappeto».
«Ho letto qualcosa su internet» disse Paolo. Era vero, lo aveva fatto, dopo aver parlato con Don Pietro. E aveva letto più di qualcosa.
«Internet» disse il farmacista «Ci crede se le dico che, quando è arrivata in paese, ero felice? Credevo che avrebbe fatto piazza pulita di tutte quelle anticaglie. Ora invece… be’, non sono tanto sicuro di volere che la banda larga arrivi il prima possibile».
Paolo pagò la medicina con il POS. Ci volle un po’, ma ce la fece. Come aveva detto il sacerdote, e come lui stesso sapeva, la zona senza campo era limitata a una parte del paese. «Qualche progresso lo abbiamo fatto». Vero? Oh sì, era vero. Specie quando un certo cane smetteva di ululare e una certa sensazione sgradevole tornava là dove doveva stare. Sotto la soglia della coscienza.
«Solo apparenza. Sotto la superficie – neanche tanto sotto – le cose non sono cambiate. Lei viene qui in vacanza da… da sempre, mi pare. Io ci vivo. Ma un forestiero rimane sempre un forestiero. E qui non li amano, i forestieri, anche se portano soldi» si chinò in avanti con fare cospiratorio. «La frana del 1926 ha sepolto un bel po’ di gente, ma scommetto che nessuno le ha detto che qualcuno era contento che qualcun altro venisse sepolto». Si raddrizzò. «Siamo forestieri, dopotutto».
«Quello che non ci dicono» disse Paolo mimando le virgolette.
Il farmacista assunse un’aria pensosa e Paolo si rese conto che, come il sacerdote, anche Anselmo era, in qualche modo, uno sconfitto. Che lui e il prete, per tutti quegli anni, avevano combattuto una battaglia di retroguardia, come un Peppone e Don Camillo fuori tempo massimo e, mentre trascinavano la loro diatriba, il mondo andava da tutt’altra parte e nessun sapeva dove.


Il forestiero era arrivato in paese all’inizio dell’estate.
Benché lui non lo sapesse e benché i vecchi affermassero il contrario (e anche quella era una costante), le stagioni erano le stagioni. Le api ronzavano nei campi e l’Anticiclone delle Azzorre, sebbene la maggior parte dell’umanità ne ignorasse l’esistenza e nessuno gli avesse dato un nome, si stendeva nel cielo.
Il forestiero voleva metter su una rivendita di miele, giù in valle, ma voleva far le cose in grande. Il miele migliore si trovava più su, così il forestiero aveva preso la mulattiera – niente strade asfaltate, da quelle parti, e non ci sarebbero state per un bel pezzo – ed era salito in paese. S’era portato il cane, che era un pastore tedesco e si chiamava Dick e gli faceva da guardia personale.
Nessuno, in paese, aveva camere da affittare, ma, gli avevano detto, il Bernardo aveva perso i due figli maschi nella Grande Guerra e così due stanze vuote c’erano, anche perché il Bernardo aveva moglie e tre figlie femmine e i soldi non bastavano mai.
Il forestiero era andato a stare dal Bernardo, ma il cane, il Dick, quello no, doveva starsene nella stalla, che così faceva anche da guardia alle bestie.
Il forestiero, dunque, era andato a stare nella stanza dei maschi perché il Bernardo aveva una casa grande e una stanza era per i figli maschi e l’altra per le femmine, aveva guardato dalla finestra e aveva visto un bel panorama. Aveva pensato che, se si metteva a posto la mulattiera, qualcuno dalla città poteva venire a far campagna in paese perché in città faceva caldo e invece al paese no, neanche d’estate.
Aveva deciso di fermarsi un po’ dal Bernardo per vedere se riusciva a comprare della terra perché in quelle zone veniva via con poco.
Alla mattina si alzava e guardava fuori dalla finestra, ma si alzava un bel po’ dopo che il sole era sorto, perché tanto lui non doveva lavorare nei campi e intanto che lui guardava dalla finestra, la Luisa, che era la figlia maggiore del Bernardo, guardava lui e faceva sempre in modo di far dei lavori in casa, o nelle vicinanze. Alla fine, una mattina si era stufata di guardare ed era salita dal forestiero. Che poi magari non aveva in mente di far niente e voleva solo rifare il letto, ma quel giorno il forestiero si era alzato più tardi del solito e si stava facendo la barba. Aveva i calzoni con le bretelle ma niente camicia e la Luisa non aveva mai visto un uomo a torso nudo, a parte forse il padre, e s’era messa a fissarlo. Allora il forestiero le si era avvicinato e aveva iniziato a slacciarle la camicetta e, insomma, la Luisa l’aveva lasciato fare. Che poi non si sa se era arrivato il Bernardo (ma difficile, perché era nei campi) o la Lina, che era la moglie del Bernardo (e questo era più facile). Forse la storia era venuta fuori dopo, o perché la Luisa aveva parlato oppure una delle sorelle più piccole aveva visto qualcosa e detto una parola di troppo. Fatto sta che la testa del forestiero s’era spaccata come una zucca e magari il Bernardo neanche voleva, ma lui era uno con le mani pesanti, mentre il forestiero era uno delicato perché era uno di città. E adesso toccava anche accoppare il cane, il Dick, perché mettiamo che si andava in giro a dire che il forestiero era tornato in città: quando uno va via porta via anche il cane. Solo che il Dick non s’era trovato perché aveva rotto la catena ed era scappato nei boschi. Lo avevano sentito ululare e aveva continuato per tutto il giorno e anche la notte finché era venuto giù un pezzo del Monte Nembo e tutti avevano avuto altro cui pensare.
Ululava ancora quando Paolo si svegliò da quello strano sogno in cui lui aveva la faccia del forestiero e il forestiero la sua.


Si svegliò fradicio di sudore e andò alla finestra.
Sapeva che un soffio d’aria fresca, madido com’era, avrebbe potuto fargli male (dopotutto, aveva l’età in cui si iniziano a prendere le pastiglie per la prostata), ma aveva bisogno di schiarirsi le idee.
«Stai calmo» bisbigliò affacciandosi «Come dicono nei film dell’orrore “è solo un incubo”. Qualcuno svanisce appena ti svegli, qualcun altro dura il tempo di appoggiare i piedi per terra, qualcun altro rimane attaccato finché non raggiungi il bagno o la finestra. Ecco, questo è un incubo del terzo tipo. Il tempo di una boccata d’aria e...».
Ma aria non ce n’era. Una caligine stopposa, piuttosto. Un’acqua densa e torrida che usurpava la definizione di atmosfera e brontolava sordamente.
Nulla di strano che gli uomini avessero gli incubi e i cani ululassero – e di nuovo quel verso lugubre scorse come un’unghia fredda lungo la sua spina dorsale.
«Tutto perfettamente logico» disse Paolo alla notte carica di umidità. «Le chiacchiere del prete prima, i discorsi del farmacista poi… e vogliamo metterci anche le ricerche in rete che hai fatto prima di metterti a dormire? Quelle sulla frana del ‘26?». Mettiamocele pure. L’importante è che non ci mettiamo quello che hai combinato con la segretaria, come se ti trovassi una commedia scollacciata degli anni ‘70, ma molto meno divertente. Perché alla fine ti ritrovi con le spese del divorzio, le pastiglie per la prostata sul comodino e ti convinci che quello che avevi intuito tanto tempo fa era vero: hai vissuto gli anni migliori della tua vita senza accorgertene.
No, non c’è niente di strano se, dopo tutto questo, hai gli incubi.
La cosa veramente strana è un’altra e finalmente te ne stai rendendo conto.
Il cane, quel maledetto cane ulula sempre prima che le campane inizino a suonare. Non dopo, prima.
Paolo balzò all’indietro come se quel (pensiero al di sotto della soglia della coscienza che ora è sopra la soglia) lo avesse schiaffeggiato.
Nello stesso istante, un lampo schiaffeggiò il cielo.
Poi – quattro secondi dopo, quindi il temporale era a circa un chilometro, come insegnava il vecchio trucco – il tuono.
Il sudore gli asciugò di colpo addosso. Un vento ostile iniziò a soffiare, insinuandosi nella stanza come un ospite molesto.
Un ospite puzzolente.
Paolo, rimandando il momento di infilarsi la camicia (e tanti saluti alle infreddature) annusò l’aria.
Un odore di marcio emerso dalla terra dopo anni. Fango, roccia, un sentore ferroso come sangue.
Un altro lampo e poi – dopo solo due secondi, stavolta – il tuono.
Rimbombò più cupo che mai rotolando giù dal Monte Nembo e, anche dopo che l’eco fu spenta, ne rimase la vibrazione, come se, sottoterra, risuonasse un enorme tamburo.
Qualche luce nelle case si accese.
Il cane (Dick) ululò di nuovo.
Dicono che (sentire ululare i cani porti male) i cani sentano suoni che noi umani non percepiamo. Anzi no, non c’è bisogno che lo dicano.
È così.
Altre luci si accesero.
Paolo si sporse verso sinistra e vide che anche le luci della chiesa erano accese.
Ma le campane non suonavano.
Afferrò la camicia – non importava in quale secolo si fosse: ci sono circostanze in cui non è igienico andarsene in giro a torso nudo – e si precipitò fuori, dicendosi che non era la cosa più assurda che accadesse quella notte.
Uscito, alzò lo sguardo verso il Monte Nembo. La cima era indistinguibile nella notte, come se la roccia fosse fatta di aria o l’aria di roccia.
Paolo raggiunse la chiesa mentre le prime gocce cadevano. Gocce rabbiose, strappate dal vento e precipitate a terra come fuoco di sbarramento di un esercito invasore.
Arrivò all’ingresso.
Illuminato dalla luce che giungeva dall’interno, Don Pietro giaceva esanime, un braccio proteso in fuori, come allungato verso una irraggiungibile corda campanaria.
Accanto a lui, come intento a somministrargli il viatico, benché stesse semplicemente auscultandogli la giugulare, Anselmo.
Il dottore lo guardò e Paolo ebbe la certezza che, come lui, ma prima di lui, il dottore fosse corso alla chiesta e che il rapporto tra il sacerdote e il farmacista fosse davvero simile a quella tra Don Camillo e Peppone: un’amicizia resa più stretta dalle divisioni ideologiche.
Il dottore scosse la testa in un gesto di diniego.
Senza rendersene conto, Paolo si segnò.
L’ululato, nella notte, crebbe d'intensità, sovrastando la tempesta e fondendosi con essa fino a divenire un grido di trionfo, poi un ringhio, un rombo, un ruggito, un boato immane che riempiva l’universo precipitando da un punto lontano nello spazio e nel tempo fino a travolgere ogni cosa.















Rubrus (2022)
 

COMMENTI:

22/08/2022
Mauro Banfi
: Fortissimo il racconto, Roberto: piaciuto molto.
Mi è sembrato un piccolo "Signore del Male" di Carpenter, ambientato in montagna, con quell'ululato che tanto sembra il mysterium iniquitatis, che in Carpenter è Il cilindro che contiene un liquido verde costantemente in movimento, raffigurante l'impostura spirituale di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio...
Sia che vediamo il problema dalla visuale laica che da quella fideistica, la questione della campane è collegata con la resurrezione di Gesù, come ben sapeva Dostoevskij.
Il Dosto era ossessionato dal problema: se Cristo non risorse, la natura è solo una gran bestia ululante:un enorme scorpione, oppure un IT, un grande ragno, o una tarantola setolosa e ripugnante.
O peggio ancora una macchina di nuovissima costruzione, sorda e insensibile, che domina da sempre la storia e maciulla, afferra Esseri sublimi e inestimabili come Gesù...
Tornando a Carpenter voglio parlarvi di un sogno in cui ho visto Rubrus come Donald Pleasence, il fantastico attore a cui Carpenter riserva molte parti "apollinee", fondamentali nei suoi film, come lo strepitoso Dottor Loomis di Halloween, la notte delle streghe e padre Loomis nel Signore del Male, personaggio cardine della trilogia dell'Apocalisse (La, cosa, Il seme della follia)...
Nel sogno,una setta di fanatici rubava dai magazzini dove Carpenter custodisce i suoi attrezzi di scena il mefistofelico cilindro con l'anticristico liquido verde, e lo adorava in stile fuori di testa alla Lovecraft.
Caro Fabio, il nostro Rubrus/Loomis ci chiamava e con una strepitosa conversazione ci persuadeva ad aiutarlo a cercare dove si nascondeva il mysterium iniquitatis per avversarlo...e come il Dosto diceva che bisognava darsi da fare perchè stiamo entrando nel regno della tarantola, dello scorpione, del ragno gigante, della macchina/bestia che divora e maciulla, delle campane che non funzionano più, come ogni volta che l'uomo crede di diventare il Divino.
Al di là delle mie convinzioni filosofiche personali "il clima" del sogno mi ha veramente affascinato e sta improntando la mia visione e il montaggio di TUTTO IT, che sarà una sorta di film di Carpenter, ispirato soprattutto ai suoi capolavori fatti a basso budget solo con gli elementi primi della creazione: La storia, la musica e i personaggi icona: il Logos, il Pathos e l'Iconos.
Il Dottor Loomis, Iena Plinskij e John Trent: MITOLOGICO!
Manca solo la Lee Curtis, ma vabbè, non si può avere tutto...



22/08/2022
Rubrus
: Be' qualcosa in comune con Loomis ce l'ho: la pelata.




Fabio Cavagliano
: Ciao Roberto (e Mauro). A me del tuo racconto, oltre all’atmosfera (che mi ha ricordato l’altro tuo “SUONI”), mi ha colpito l’osservazione riguardo al cerca cerca su Internet. Tutte le informazioni che vogliamo stanno lì e sempre a portata di mano ma non di memoria (che andrà via via affievolendosi come un’ inutile facoltà. Già qualcuno comincia a chiedersi se sia ancora utile insegnare Storia nelle scuole …).
E, senza memoria, forse, possiamo o potranno farci credere davvero a tutto.
Se rifletto, invece, su quanto scrivi tu, Mauro, mi viene in mente un’idea che sta prendendo piede ultimamente fra i seguaci della New Age e altre forme di spiritualità deviata che abbondano e continuano a espandersi nel web (questa cosa, fra l'altro l'ho pensata anch'io ma non in forma così estrema). Sembra meno concreta e pericolosa della superbia con cui stiamo sfruttando e aggredendo il pianeta, ma io la trovo altrettanto inquietante. L’idea è che noi siamo Dio (lo siamo già adesso, io e te 😂). Cioè, che ci crediamo separati dal Tutto, dagli altri, dal mondo, dall’universo, ma in realtà “sono solo” nostre proiezioni.
Cioè, capite?!... Dio/noi non ci potevamo stare nell’incommensurabile, assoluta perfezione di monade; Ha/abbiamo dovuto sognarci, separarci in miriadi di cazzute coscienzine più piccole, incomplete e meno sapienti (o coscienti). Chissà che futuro ci attende, allora, prima di riuscire ricomporre il Grande puzzle! Altro che ululati e campane dell’apocalisse!!...



22/08/2022
Mauro Banfi
: Ciao Fabio, interessantissima la tua riflessione finale, da scriverne un saggio...
Dicevo, la questione dell'Uomo Dio ha generato biblioteche di riflessioni in Occidente e in Oriente...una questione che ad esempio appassionava grandi artisti e scrittori come Citati e Carpenter e a livello di fumetto, Alan Moore (Swamp thing, Promethea), ognuno con il suo codice linguistico e artistico diverso.
Il punto della questione è secondo tutti -a mio avviso- il problema del LETTERALISMO, vale a dire lo Spirito rivifica, la lettera uccide.
Detto in breve: il nostro scopo è evolvere con l'espansione della coscienza in una sorta di fusione nella divinità, nell'amore: quella che chiamo il carico primordiale dell'estasi inesauribile.
La nostra missione è evolvere coscientemente e volontariamente -non costretti da nessun tipo di politico, schiavi dell letteralismo- verso questa condizione mistica ed esistenziale più saggia, libera e luminosa.
Biblicamente parlando: stringere amicizia con il serpente della Conoscenza - che altro non è che l'ozio di Dio il settimo giorno- e installare i nostri computer tra gli alberi dell'Eden della Vita e della Conoscenza.
Tutto questo è un bel programma ma è sempre minacciato dal pericolo del LETTERALISMO.
Nel senso che, se realizzo l'estasi primordiale facendo del male a me stesso /e o agli altri con azioni materiali e pratiche -da qui deriva la mia totale estraneità e fastidio per la politica- non sono più un DIo ma un pirla.
L'unico letteralismo che accetto durante la mia evoluzione mistica/esistenziale è mangiarmi una buona pizza bassa e croccante con mezzo bicchiere di bonarda, in compagnia di buoni amici o cari affetti, conversando di arte e letteratura.
E tutto il resto è politica.



22/08/2022
Rubrus
: Può essere curioso sapere da dove vengono i vari elementi del racconto.
Le campane: quanto all’effetto sui cani, o meglio su alcuni, credo che lo abbiamo osservato tutti. La diceria secondo cui il suono allontanerebbe la grandine l’ho sentita personalmente: mia nonna la riportava, anche se non so dire quanto ci credesse.
Lo stesso dicasi per alcune espressioni popolari, ormai credo scomparse, in relazione ai tuoni e ai temporali: “è il diavolo che gioca a bocce”, oppure “ è il diavolo che litiga con la moglie”. In realtà – ho potuto constatare – sono retaggio di credenze medievali molto diffuse all’epoca, a volte mal tollerate dalla Chiesa relative agli “spiriti dell’aria”, riportate negli stessi termini usati dal farmacista (non ne sono sicuro, ma mi pare di aver letto che Pazuzu, il demone de “L’esorcista”, fosse uno di quegli spiriti). 
Come il mito si sia trasformato nei secoli è evoluzione comune a tutti i miti antichi. È vero che le onde sonore possono frantumare gli oggetti, grazie al ben noto fenomeno della risonanza, ma il legame tra campane e grandine è fisicamente impossibile e altro non è che la solita pseudoscienza per riverniciare una superstizione che, dall’altra parte, si sbeffeggia quando la si abbina al corpus magico-fideistico cristiano. Insomma, la balla è sempre una balla, ma se la racconta una certa parte potrebbe smettere di esserlo.
La frana: anche quella è reale. Ha colpito un paese della valle nel 1999, cancellandone una metà. Si vociferava che la metà distrutta (ma senza morti) fosse stata costruita lì perché nel XVII secolo un’altra frana aveva colpito il paese, distruggendo la parte opposta e quindi si era ritenuto più sicuro edificare le case nuove dirimpetto (in effetti, in centro, la parte mai interessata, le case più vecchie risalgono al XVI - XVII secolo.
Il delitto: anche quello è vero. È avvenuto nel 1836 – ma non nello stesso paese della frana, in un altro. La spiegazione ufficiale è che non si tratta di un delitto, ma di un incidente. Si tratta però di una spiegazione poco credibile. l’uomo sarebbe stato colpito da una pietra caduta dall’alto, ma il luogo in cui è avvenuto è ed era un ampio pascolo circondato dal bosco e quindi cadute di pietre sono altamente improbabili.
La causa del delitto ovviamente me la sono inventata, anche se il (relativo) sviluppo turistico della zona risale agli anni ‘30 – ecco perché proprio il 1926. La prima strada asfaltata che sale in valle risale ai primi anni del secondo dopoguerra; prima la strada c’era, ma era sterrata.

Il legame con “SUONI”. C’è indubbiamente (anche se questo racconto prende, per così dire, la direzione opposta e si svolge da tutt’altra parte). L’idea è, nell’era delle icone e dell’immagine, raccontare una storia in cui il suono e quindi un elemento non visuale è centrale.

La faccenda della memoria. È un concetto tutt’altro che nuovo.  Già i druidi per esempio erano contrari alla scrittura perché sostenevano che il supporto offerto dalla stessa nuocesse al sapere indebolendo, appunto, la capacità di ricordare. Sappiamo poi come è andata a finire. 
La peculiarità di internet è peraltro, a mio parere, che essa incide non tanto o non soltanto sulla memoria, ma sulla capacità di creare collegamenti tra i concetti. Mi spiego. Io mi ricordo – per rimanere in tema – il detto popolare sui temporali e la faccenda degli spiriti dell’aria. Me lo rammento a gradi linee e, se serve, posso andare a controllare il dettaglio. Poi faccio un collegamento. Se però in qualche modo non ho fissato i due concetti, anche se per sommi capi, nella mente, non posso fare nessun collegamento. Se, pertanto, confido sul fatto che posso ripescare il dato che mi interessa quando mi interessa e solo per il tempo che mi interessa perché vivo in un eterno presente per cui non riesco a vedere se non in modo limitato né il passato né il futuro, perdo sia lungimiranza (che è il segreto del nostro successo come specie: gli animali possono imparare sì dall’esperienza, ma in modo limitato), sia memoria, sia capacità di collegare i concetti che, in definitiva, è la prima caratteristica dell’intelligenza.
Carpenter. Nella trilogia citata è centrale il tema dell’impostura. 
Non ti puoi fidare dei tuoi simili (la Cosa – a proposito, il film di Carpenter è il più fedele al racconto di Campbell), non ti puoi fidare del sistema e di ciò che esso insegna (Il Signore del Male - è una caratteristica che attraversa tutta la produzione del regista, il quale ha una forte impronta anarco – individualista), non ti puoi fidare né della realtà né di te stesso (Il seme della follia – il più lovecraftiano dei tre film). Vorrei però citare anche “Halloween”. La morte (Myers la sua maschera) arriva senza fretta (non ha bisogno di correre: arriverà sempre e comunque quando deve arrivare) non può essere fermata, non ha empatia o comunicazione o spiegazione ed è l’altra faccia della vita (il legame tra eros e thanatos nel film non opera solo a livello repressivo – puritano, ma più profondo). Nel primo film, se ricordate, (la struttura è elementare e deve esserlo), alla fine la Curtis guarda il cadavere (ma forse no) di Myers e dice “era l’uomo nero”. 
Al che Pleasence / Loomis annuisce piano e dice: “In effetti, lo era davvero”. 
Abbiamo quindi lo psicologo che, anziché lambiccarsi sulla domanda “ma tua madre ti ha chiuso nello sgabuzzino quando eri piccolo” (come fa tutta la filmografia moderna che psicanalizza i mostri) si arrende e prede atto della esistenza del male e della morte che esiste come entità oggettiva e autonoma dal bene (non quindi “privatio boni” o “forza che a modo suo coopera contro la propria stessa volontà al bene”) non riducibile a un piano umano e, direi, naturale.
La ragione per cui Mauro mi ha sognato nelle vesti di Loomis, pelata a parte, è semplicemente che abbiamo parlato di Carpenter. Il cervello ha fatto poi il resto dei collegamenti.
Il “noi siamo Dio” mi spinge a indossare, più che i panni di Loomis, quelli di Totò: “Ma mi faccia il piacere!”. Mi pare il solito minestrone cucinato per riempire la pancia dell’ego – che, si sa, ha sempre fame e soddisfare il quale rende sempre anche dal punto di vista economico (penso male, lo so, ma Ron Hubbard docet). Da un lato, dentro ogni essere umano c’è un soffio divino, ci dice la tradizione cristiana, dall’altro, se becchiamo il giro giusto sulla giostra del karma, avremo la fortuna di liberarci dal ciclo delle reincarnazioni e raggiungere (per quanto ne so, non so moltissimo della tradizione buddista) faremo parte di una sorta di agape impersonale nel nirvana. 
Dall’altro lato, sentirsi dire “tu sei dio… be’, almeno un pezzettino” stimola sicuramente la nostra autostima. Non è più solo la Terra al nostro servizio, uso e consumo, ma – e questo è evidente un cascame del principio antropico elevato alla massima potenza – l’intero universo che ci avrebbe in qualche modo fatto venir fuori perché noi potessimo portarlo a compimento – e anche questo ha le sue radici nella tradizione giudaico cristiana che vede l’uomo come re del creato spinto a portare a termine (secondo alcune concezioni) l’opera creatrice. Principi della termodinamica a parte, stemm schisc che l’è mei.
Peraltro, il riferimento ai fumetti è tutt’altro che peregrino. Mi riferisco in particolare a tutta la cinematografia e alla produzione relativa ai supereroi (gli eroi non ci bastano più, evidentemente): da un lato si creano sempre più ampie zone d’ombra e spazi di quotidianità nelle biografie degli eroi a tutto tondo, per cui vediamo Superman che tiene famiglia, i lati oscuri di Batman vengono esasperati, non so cosa stiano combinando con Thor ecc. 
Dall’altro abbiamo un supereroe per ogni categoria, che è come dire per ogni categoria merceologica: il nero, la donna, il portatore di handicap ecc.
In sé e per sé, tutto ciò non è che specchio dei tempi, né negativo, se non forse sotto due aspetti: in primo luogo ci viene ossessivamente ripetuto a livello emotivo – quindi con un impatto molto più forte che a livello razionale perché si agisce sull’inconscio e sulle menti da formare, quelle dei giovani – che non abbiamo limiti.
Se invece il mondo ci sta dicendo qualcosa (ammesso e non concesso: sono incline a vedere questi fenomeni in modo puramente meccanicistico, essendo ciò sufficiente a spiegare i fenomeni naturali senza bisogno d’altro e anzi attribuendo loro una dignità intrinseca) è proprio che noi, come individui e come specie, abbiamo dei limiti – una volta si parlava di limiti dello sviluppo – e che oltrepassarli porta conseguenze letali.  In secondo luogo, connesso al primo, a livello emotivo, si arriva alla distruzione del sacro (anche proprio nel senso di “separato” dall’umano). Io sono dio (i superpoteri) e dio è me (i superproblemi). Se così è, tutto è concesso.
Capite bene che abbinare tutto ciò a una dimensione, magari un metaverso (in cui reale e sogni in cui la “volontà di potenza” sono la stessa cosa) di eterno presente in cui esperienza e lungimiranza hanno uno spazio sempre più ridotto è devastante.

1 commento:

  1. Basta un ottimo racconto come quello di Roberto Rubrus Rossi, per ritrovare atmosfere degli anni giovanili, quando guardavo insieme ai miei amici ogni uscita dei film di Carpenter come un nuovo avvento...
    Quell'ossessivo ululato che pervade il paesino di montagna mi ha ricordato la misteriosa teca di cristallo, contentente da settemila anni un liquido verde in perpetuo e imperterrito movimento: la misteriosa mistificazione del "Signore del Male" di John Carpenter.
    Finita la proiezione si parlava per ore su quella liquefazione che conteneva l'essenza del Male Assoluto: che cos'è il liquido verde -e che cos'è l'ululato nel racconto di Rubrus?
    l'Anticristo? L'antiDio? Oppure come sosteneva Jung Satana e Nostro Signore sono le facce della stessa medaglia, perchè non c'è una moneta con una faccia sola?
    Noi siamo cresciuti così, con la cultura weird, e con queste domande e con questi incredibili personaggi come quelli di King, Lovecraft e Carpenter.
    Ci sono un prete (uno strepitoso Donald Pleasence) e uno scienziato (l'ultraiconico Victor Wong) esperto di fisica delle particelle e di antimateria che si aggirano nei sotterranei di una chiesa di periferia, cercando di capire che cosa significa e sopratutto CHE COSA VUOLE quel liquido verde nella teca di cristallo...
    Il corrosivo e anarchico Carpenter non risparmia satira geniale sulla tendenza contemporanea dell'umanità di sostituire Dio con la scienza, e aspettarsi da questa nuova Scienza con la S maiuscola l'assenza di dolore, la felicità materiale, il sapere quantificato da cifre e algoritmi e tanto per gradire: BUM! La vittoria sulla morte...
    Carpenter in questa satira esprime un pensiero filosoficamente laico: la conoscenza dell'uomo deve concentrarsi non più dalla vita verso un luogo a essa estraneo -nichilistico- MA DALLA VITA ALLA VITA.
    Nel racconto come nel film le due dimensioni fondamentali dell'essere umano sono invitate a fare il loro mestiere, senza mescolarsi, mistificarsi e confondersi in modo indistinto come succede al liquido verde nella teca di cristallo.
    La fede fa la fede, e il distacco oggettivo scientifico segue il suo metodo.
    In modo simpatico le due opere invitano a non fare della scienza un Dio e i fanatici ad essere più metodici nell'esporre i loro dogmi e nel condurre le loro procedure.
    A ogni dio il suo Tempio, ci hanno insegnato i nostri padri Greci.
    Come ho visto di persona a Delfi: a pochi metri di distanza c'erano un tempio per Apollo e un altro per Dioniso.

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